Sapere e non fare non è ancora conoscere

Cit. Anonimo

Diario

Debutta la comunicazione all’ENEA per gli interventi di recupero edilizio

Ieri, 21 novembre 2018, l’ENEA ha messo on line il tanto atteso sito attraverso il quale sarà possibile trasmettere i dati relativi agli interventi di recupero edilizio (che permettono di fruire della detrazione IRPEF del 50% ex art. 16-bis del TUIR) che determinano un risparmio energetico e l’utilizzo di fonti rinnovabili di energia. Si tratta di interventi diversi da quelli volti alla riqualificazione energetica che consentono di beneficiare della detrazione IRPEF/IRES del 65-50% ai sensi dei commi 347-349 dell’art. 1 della L. 296/2006 e successive integrazioni (per un approfondimento si veda l’apposita Monografia on line).

Il nuovo sito, http://ristrutturazioni2018.enea.it, attivo da ieri, deve essere utilizzato per trasmettere telematicamente all’ENEA i dati degli interventi ultimati nell’anno 2018.
Si ricorda che il nuovo adempimento è previsto dal comma 2-bis dell’art. 16 del DL 63/2013 (inserito dall’art. 1 comma 3 lett. b) n. 4) della L. 205/2017) che dispone quanto segue: “al fine di effettuare il monitoraggio e la valutazione del risparmio energetico conseguito a seguito della realizzazione degli interventi di cui al presente articolo, in analogia a quanto già previsto in materia di detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica degli edifici, sono trasmesse per via telematica all’ENEA le informazioni sugli interventi effettuati. L’ENEA elabora le informazioni pervenute e trasmette una relazione sui risultati degli interventi al Ministero dello sviluppo economico, al Ministero dell’economia e delle finanze, alle regioni e alle province autonome di Trento e di Bolzano, nell’ambito delle rispettive competenze territoriali”.

Considerato che il suo fine è quello di “effettuare il monitoraggio e la valutazione del risparmio energetico conseguito a seguito della realizzazione degli interventi”, la comunicazione all’ENEA deve essere inviata soltanto per gli interventi di recupero che sono anche volti al risparmio energetico e non per tutti gli interventi di recupero di cui all’art. 16-bis del TUIR (si veda “Comunicazione all’ENEA non per tutti gli interventi di recupero edilizio” del 1° febbraio 2018).

La comunicazione deve essere trasmessa per i seguenti interventi:
– infissi: riduzione della trasmittanza dei serramenti comprensivi di infissi delimitanti gli ambienti riscaldati con l’esterno e i vani freddi;
– strutture edilizie (interventi di coibentazioni delle strutture opache): riduzione della trasmittanza delle strutture opache verticali (pareti esterne) ovvero che delimitano gli ambienti riscaldati dall’esterno, dai vani freddi e dal terreno; riduzione della trasmittanza delle strutture opache orizzontali e inclinate (coperture) che delimitano gli ambienti riscaldati dall’esterno e dai vani freddi; riduzione della trasmittanza termica dei pavimenti delimitanti gli ambienti riscaldati con l’esterno, i vani freddi e il terreno;

– installazione o sostituzione di impianti tecnologici: installazione di collettori solari (solare termico) per produzione di acqua calda sanitaria e/o riscaldamento ambienti; sostituzione di generatori di calore con caldaie a condensazione per riscaldamento ambienti (con o senza produzione di acqua calda sanitaria) o per la sola produzione di acqua calda per una pluralità di utenze ed eventuale adeguamento dell’impianto; sostituzione di generatori di calore con generatori di calore ad aria a condensazione ed eventuale adeguamento dell’impianto; pompe di calore per climatizzazione degli ambienti ed eventuale adeguamento dell’impianto; sistemi ibridi (caldaia a condensazione e pompa di calore) ed eventuale adeguamento dell’impianto; microcogeneratori (Pe < 50kWe); scaldacqua a pompa di calore; generatori di calore a biomassa; sistemi di contabilizzazione del calore negli impianti centralizzati per una pluralità di utenze; installazione di sistemi di termoregolazione e building automation; impianti fotovoltaici;

– elettrodomestici (solo se collegati ad un intervento di recupero del patrimonio edilizio iniziato a decorrere dal 1° gennaio 2017 al fine di fruire del c.d. “bonus mobili”): forni, frigoriferi, lavastoviglie, piani cottura elettrici, lavasciuga, lavatrici. Tali elettrodomestici per beneficiare del c.d. “bonus mobili” devono essere di classe non inferiore alla A+ (A per i forni).

Comunicazione anche per gli elettrodomestici

Per gli interventi che si sono conclusi dal 1° gennaio 2018 al 21 novembre 2018 (compreso) la comunicazione all’ENEA deve essere effettuata entro il 19 febbraio 2019. Per tutti gli altri interventi che terminano dal 22 novembre 2018 l’invio deve avvenire entro 90 giorni dalla data di ultimazione dei lavori o del collaudo.

Le imprese devono attrezzarsi per gli strumenti di allerta della crisi

La previsione e anticipazione delle crisi d’impresa è da sempre una dei principali problemi degli operatori economici. Al di là delle ovvie necessità del sistema bancario, è generale convinzione che una diagnosi tempestiva, come per le malattie umane, sia più efficace ai fini della terapia.
Anche raccogliendo gli spunti europei, il legislatore italiano ha meritoriamente affrontato il tema, dando compiuta formulazione alla “procedura” di allerta.

Rispetto a una precedente bozza, il DLgs. recante il Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza in attuazione della L. 155/2017, approvato dal Consiglio dei Ministri e sottoposto al parere delle Commissioni parlamentari, ha accolto buona parte delle istanze provenienti dal mondo dell’economia reale sul tema. Pur con l’esigenza di qualche intervento di perfezionamento, oggi si può dire che la nuova norma costituisca lo strumento per attivare l’auspicato cambio culturale nell’intercettare la crisi e anche nel fare impresa. A una guida storicamente basata sullo specchietto retrovisore, si affiancano i fari che permettono di comprendere dove stia andando l’impresa. Questo è un valore a prescindere dalla situazione di crisi, poiché consente di assumere decisioni strategiche con maggiore consapevolezza, di monitorare l’andamento aziendale e di ridurre la commissione di errori per eccesso di confidenza.

Per quanto riguarda l’impianto normativo dell’allerta, in base all’art. 12 costituiscono strumenti di allerta della crisi sia la (temuta) segnalazione degli indicatori di crisi attraverso il processo dell’allerta interna, sia la (ancor più temuta) segnalazione da parte dei creditori qualificati, ma lo sono anche e prima ancora gli obblighi organizzativi di istituire presidi per la tempestiva rilevazione della crisi (art. 3 del Codice che modifica l’art. 2086 c.c.).

Si tratta con ogni evidenza di obblighi che, rispetto alle ottiche retrospettive, impongono il primato del forward looking al quale lo schema sembra riferirsi quando richiede la valutazione in continuo dell’equilibrio finanziario (art. 14 del Codice) e quando definisce la crisi in termini di inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate (art. 2 del Codice). Prima d’ora, lo aveva già fatto il principio contabile interno OIC 9 che, conformandosi a quello internazionale IAS 36, aveva chiesto un salto culturale nella valutazione di bilancio degli asset, riferendola al valore attuale dei flussi prognostici che ne deriveranno. Che si tratti di un salto culturale lo dimostra il fatto che ad oggi solo una parte delle imprese pare essersi attrezzata per rispettare pienamente il principio, redigendo il piano d’impresa, che ne è il necessario presupposto informativo.

Accanto ai presidi organizzativi si pongono gli obblighi di segnalazione interna (da parte dell’organo di controllo e del revisore) di cui all’art. 13 ed esterna (da pare di creditori pubblici qualificati) di cui all’art. 15. Questi ultimi sono stati mitigati per tenere in qualche modo conto dell’involontaria incentivazione alla violazione dei termini di pagamento derivante da una certa inerzia del creditore pubblico e dall’opportunità derivante dalle plurime disposizioni di clemenza che consentono di contenere il relativo onere per interessi e sanzioni addirittura al di sotto del costo del debito bancario. I primi, invece, sono stati rivisti nella loro struttura per evitare il rischio, temuto dagli aziendalisti, di “falsi positivi” e cioè di segnalazioni automatiche, pur in assenza di una concreta situazione di crisi, che avrebbero comportato di fatto la sua insorgenza in soggetti che ne erano esenti.

È ben vero che la norma individua gli indicatori interni di crisi negli squilibri economici, finanziari e patrimoniali, con il rischio che si pervenga a una pletora di indici, ma il testo del Codice si preoccupa subito di precisare che devono intendersi per tali quelli atti a intercettare (“che diano evidenza di”) un rischio di sostenibilità dei debiti scadenti nei sei mesi successivi o di pregiudizio della continuità aziendale nell’esercizio in corso (o, quando la durata residua dell’esercizio al momento della valutazione è inferiore a sei mesi, per i sei mesi successivi). Il fatto che, per la rilevanza della segnalazione, l’insolvenza debba essere così prossima permette all’impresa ampi margini per gestire internamente le difficoltà finanziarie e nel contempo di evitare l’apertura di un numero eccessivo di tavoli di crisi presso l’OCRI, con il rischio di decretarne di fatto il fallimento per ingorgo già nella fase della sua prima implementazione.

Sono state anche valorizzate le caratteristiche specifiche delle imprese, prevedendo che il CNDCEC, chiamato a elaborare gli indici, li differenzi per settori di appartenenza e individui indicatori ad hoc per le start up e le PMI innovative, nonché per le imprese costituite da meno di due anni. Ma la vera novità al riguardo, da accogliere con grande favore, risiede nella possibilità del debitore di disattivare gli indici che ritiene a lui non applicabili, dai quali deriverebbe il rischio della generazione di falsi positivi, proponendone ex ante altri a lui più adeguati, a condizione che ciò venga attestato da un professionista indipendente e ne venga data notizia nella Nota integrativa. Con ciò si ottiene un ulteriore avvicinamento tra le partecipate pubbliche che, pur soggette alle disposizioni del Codice della crisi, dovevano già rappresentare nella relazione sul governo societario il programma di valutazione del rischio di crisi aziendale per effetto del disposto dell’art. 6 del DLgs. 175/2017.

Peraltro, non tutte le modifiche apportate convincono. Ci si riferisce agli indicatori individuati come “significativi” al primo comma dell’art. 13. Si tratta del rapporto tra flusso di cassa e attivo che necessiterebbe di essere rivisto in quanto in sé non è comprensibile: basti infatti osservare che all’attivo concorrono le disponibilità liquide e l’indicatore peggiorerebbe al crescere di esse.
È, infatti, indispensabile che gli indicatori (in verità “indici” nella specie) siano comprensibili nelle cause e razionali nella loro capacità predittiva; diversamente non si vede come l’organo amministrativo e l’attestatore possano proporre sostituzioni illustrandone le “ragioni” nella Nota integrativa. Sarebbe da modificare anche il secondo indicatore costituito dal rapporto tra patrimonio netto e passivo, il cui denominatore dovrebbe essere sostituito dall’indebitamento finanziario netto. Anche il terzo e ultimo indicatore, costituito dal rapporto tra oneri finanziari e ricavi, che nelle intenzioni del legislatore vorrebbe intercettare una situazione di insostenibilità del debito, potrebbe più utilmente vedere, al denominatore, la ben più rilevante grandezza della marginalità operativa. Il volume dei ricavi non è, infatti, diversamente dalla marginalità, indicativo del livello di sostenibilità del debito.

Le disposizioni del Codice non entreranno immediatamente in vigore ma è prevista una vacatio legis di 18 mesi. Si tratta di una disposizione quanto mai opportuna, non solo per rimuovere inevitabili imprecisioni ma principalmente per consentire alle imprese di attrezzarsi adottando internamente i presidi occorrenti e, quel che più conta, per permettere loro di rilevare situazioni che, con l’entrata in vigore della norma, comporterebbero le segnalazioni esterne. Nella relazione accompagnatoria si dà atto che almeno 12.000 imprese verserebbero già ora in tali situazioni.

Queste imprese dovranno attivarsi quanto prima per assumere le iniziative occorrenti per giungere preparate davanti all’OCRI il cui intervento a quel punto, da minaccia di una rapida escalation della crisi, diventerà il facilitatore nelle negoziazioni o nell’accesso alla procedura concordataria. Giova al riguardo osservare che, cogliendo una delle istanze pervenute dalle categorie professionali e dalle imprese, è stato previsto che uno dei membri del collegio dell’OCRI sia designato avendo prima sentito il debitore rimuovendo così, almeno in parte, la diffidenza dell’impresa nei confronti del nuovo istituto.

In sintesi, l’introduzione delle misure di allerta deve essere colta come un’opportunità, ma perché divenga veramente tale occorre che le imprese, sin da ora, assumano approccio proattivo, sviluppando l’attenzione al rischio e al mutamento necessaria oggi per competere sul mercato. In ciò fondamentale sarà il ruolo dei professionisti che le assistono e quello delle associazioni di categoria.

Riforma fallimentare con definizione della crisi in termini finanziari

L’art. 2 comma 1 lett. a) dello schema di DLgs. recante il “Codice delle crisi di impresa e dell’insolvenza”, in attuazione della L. 155/2017, è particolarmente innovativo, in quanto introduce – per la prima volta, nell’ordinamento concorsuale italiano – i criteri per identificare la sussistenza di una situazione di crisi.
Tale circostanza è individuata, in termini generali, con lo stato di difficoltà economico-finanziaria che rende probabile l’insolvenza del debitore: quest’ultima continuerà ad essere definita nei termini previsti dal vigente art. 5 comma 2 del RD 267/1942, ovvero nell’esistenza di inadempimenti o fatti esteriori idonei a dimostrare che tale soggetto non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni (art. 2 comma 1 lett. b) dello schema di decreto).

Nel caso specifico dell’impresa, è precisato che la crisi si manifesta come inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate. Il legislatore attribuisce, pertanto, notevole rilevanza e centralità al ruolo del piano aziendale, soprattutto nella propria declinazione finanziaria, la cui solidità dipende, tuttavia, necessariamente dai sottostanti presupposti industriali e strategici.

In tal senso, un utile supporto operativo è fornito dall’art. 13 dello schema, dedicato agli indicatori della crisi, che costituiscono, secondo il comma 1, gli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario – rapportati alle specifiche caratteristiche dell’impresa e dell’attività aziendale svolta dal debitore, tenuto conto della data di costituzione e di inizio dell’operatività – rilevabili attraverso appositi quozienti, che diano evidenza del verificarsi di alcune condizioni:
– la sostenibilità dei debiti per almeno i 6 mesi successivi;
– le prospettive di continuità aziendale per l’esercizio in corso oppure, quando la durata residua del periodo amministrativo al momento della valutazione è inferiore a 6 mesi, per i 6 mesi successivi.

A tali fini, rappresentano quozienti significativi il rapporto tra il flusso di cassa e l’attivo, quello tra il patrimonio netto e il passivo, nonché l’incidenza degli oneri finanziari sui ricavi, così come gli indicatori di reiterati e significativi ritardi nei pagamenti, anche sulla base di quanto previsto dall’art. 24 comma 1 dello schema di DLgs., che li individua nell’esistenza di debiti:

– per retribuzioni scaduti da almeno 60 giorni, in misura eccedente alla metà dell’importo complessivo mensile delle retribuzioni;
– verso fornitori scaduti da almeno 120 giorni, per un ammontare superiore a quello dei debiti non scaduti.

L’art. 13 comma 2 dello schema stabilisce, inoltre, che il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, tenuto conto delle migliori prassi nazionali ed internazionali, elabora – con cadenza almeno triennale, in riferimento ad ogni tipologia di attività economica secondo le classificazioni Istat – gli indicatori di cui al precedente comma 1 che, valutati unitariamente, fanno ragionevolmente presumere la sussistenza di uno stato di crisi dell’impresa.

È pure previsto che il CNDCEC individui indicatori specifici per alcune realtà aziendali peculiari, come le start up innovative (art. 25 del DL 179/2012), le piccole e medie imprese innovative (art. 4 del DL 3/2015), le società in liquidazione e le imprese costituite da meno di 2 anni. Gli indicatori così elaborati saranno approvati con decreto del Ministero dello Sviluppo Economico.

Indicatori specifici del CNDCEC
L’art. 13 comma 2 dello schema di DLgs. ammette, tuttavia, la possibilità di derogare a tali parametri.
È, infatti, precisato che l’impresa, qualora – in considerazione delle proprie caratteristiche – non ritenga adeguati gli indicatori di cui al precedente comma 2, ne specifichi i motivi nella Nota integrativa al bilancio d’esercizio:
– riportando nella stessa i quozienti e i margini idonei a far ragionevolmente presumere la sussistenza del suo stato di crisi;
– allegando l’attestazione sull’adeguatezza degli indicatori identificati dall’impresa in base alle proprie specificità, formulata da un professionista indipendente, con efficacia per l’esercizio successivo.

Si segnala, infine, che le suddette disposizioni non entreranno in vigore immediatamente, ma non dopo il decorso di 18 mesi dalla pubblicazione, nella Gazzetta Ufficiale, del DLgs. recante il “Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza”: peraltro, tale provvedimento – a partire dalla propria pubblicazione, ancorché non ancora formalmente applicabile – potrebbe costituire un utile riferimento operativo nella valutazione delle situazioni di crisi e insolvenza, rispetto a tematiche non espressamente disciplinate dal vigente RD 267/1942, come quella della definizione di crisi e dei sottostanti indicatori di analisi.

Riforma della crisi di impresa: licenziato dal Ministero lo schema di decreto

Il Ministero della Giustizia ha licenziato ed inviato ai due ministeri concertanti (Ministero dello Sviluppo Economico e Ministero dell’Economia e delle Finanze) lo schema di decreto legislativo recante il codice della crisi di impresa e dell’insolvenza in attuazione della Legge delega n. 155/ 2017.

Il decreto si compone di 390 articoli ed è strutturato in quattro parti: la prima dedicata al codice della crisi e dell’insolvenza, la seconda alle modifiche al codice civile, la terza alle garanzie in favore degli acquirenti di immobili da costruire e la quarta parte alle disposizioni finali e transitorie che dispongono, tra l’altro, l’entrata in vigore del decreto decorsi diciotto mesi dalla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Con lo schema di decreto sono state apportate modifiche ai testi delle bozze dei decreti presentati dalla Commissione Rordorf sul finale della scorsa legislatura, tra cui si segnalano in particolare:

  • le correzioni alle misure di allerta, che costituiscono uno dei capisaldi della riforma, introducendo la possibilità per l’impresa di contestare gli indici di squilibrio nonché l’obbligo di segnalazione da parte dei creditori qualificati con soglie notevolmente innalzate;
  • l’estensione dei poteri al Pubblico Ministero il quale potrà presentare il ricorso per l’apertura della liquidazione giudiziale in tutti i casi in cui ha notizia di uno stato di insolvenza;
  • le modifiche alla disciplina del concordato preventivo: ritorno dell’obbligatorietà dell’attestazione nel concordato e continuità aziendale solo con il mantenimento del 30% dei posti di lavoro.

Il testo del provvedimento approderà in Consiglio dei Ministri a fine mese.

Mille Miglia 2019, Arrivabene e Marzotto in pole position

Partirà mercoledì 15 maggio l’edizione 2019 della 1000 Miglia, una gara che anche nella rievocazione storica è entrata nella leggenda. E per esaltare ulteriormente il rapporto della Freccia Rossa con il territorio e alcuni dei più suggestivi paesaggi d’Italia, la 1000 Miglia del prossimo anno farà tappa a Cervia-Milano Marittima, Roma e Bologna, tornando a Brescia sabato 18 maggio.

L’annuncio è stato dato oggi in Loggia durante la conferenza di presentazione della «corsa più bella del mondo» dal presidente di Aci Brescia Aldo Bonomi e alla presenza del nuovo cda della 1000 Miglia srl (eletto nei giorni scorsi) che vede l’ingresso di tre nuovi membri, Alice Mangiavini, Maurizio Arrivabene – bresciano e team principal della Ferrari di Formula 1 – e Matteo Marzotto, imprenditore e manager, già presidente dell’Ente italiano turismo, a fianco del presidente Franco Gussalli Beretta e dell’ad Alberto Piantoni. «Sono stato a lungo lontano da Brescia, ma mi sento a casa: sono onorato di questo ruolo e credo che quello di Mille Miglia sia un marchio è un valore nazionale» ha sottolineato in particolare Arrivabene.

L’edizione 2019 vedrà protagonisti 430 vetture d’eccezione, testimonianze della storia del design e dell’automobile, eppure contemporanee e proiettate verso il futuro. La volontà di rendere la gara sempre più sicura e rispettosa delle regole del fairplay e dell’impatto ambientale, ha consigliato lascelta di contenere il numero di vetture partecipanti, 20 in meno rispetto alle precedenti edizioni.

Il percorso. Nel primo giorno la 1000 Miglia transiterà per Desenzano, Brescia, Sirmione, Valeggio sul Mincio (con l’attraversamento del suggestivo Parco Giardino Sigurtà), Mantova, Ferrara, Comacchio e Ravenna, per arrivare poi in serata a Cervia-Milano Marittima. Alle prime luci dell’alba di giovedì 16 maggio, la carovana della Freccia Rossa raggiungerà Cesenatico e proseguirà per Senigallia, Fabriano e Assisi, fino a raggiungere la Capitale, alle luci del tramonto in un contesto di grande impatto scenico ed emotivo.

Venerdì 17 maggio comincerà la risalita verso Brescia, attraverso i paesaggi mozzafiato di Viterbo, Siena, Vinci e Pistoia, e che si concluderà nel cuore dell’Emilia, terra di motori, facendo tappa a Bologna. L’ultima tratta di sabato 18 maggio passerà per Modena, Parma, Montichiari, Travagliato, per concludersi, con ilsuo ingresso trionfale a Brescia, per la tradizionale passerella in viale Venezia.

Novità anche nelle quote di iscrizione: accanto a quella tradizionale (8.000 euro + Iva) debuttano la quota Gold (10.000 euro + Iva comprensiva di ospitalità per sei notti, dotazioni esclusive per i conduttori, pre check-in negli hotel lungo il percorso) e la quota Platinum (quota di 50.000 euro + Iva con partecipazione alla gara in formula Guest Car comprensiva di ospitalità prevista fino a sei conduttori, dotazioni esclusive, pre check-in negli hotel lungo il percorso e accettazione automatica della vettura previa iscrizione al Registro 1000 Miglia).

Le iscrizioni alla «corsa più bella del mondo» – ricordano gli organizzatori – sono riservate a tutte le vetture delle quali almeno un esemplare dello stesso modello sia stato iscritto alla 1000 Miglia di velocità (1927-1957). Sul sito www.1000miglia.it è disponibile l’elenco delle automobili candidabili. Da quest’anno è inoltre operativo il Registro 1000 Miglia, l’ente certificatore nato per censire, classificare e certificare le vetture protagoniste delle ventiquattro edizioni della 1000 Miglia di velocità disputate dal 1927 al 1957 e valido per candidare la propria vettura per la corsa.

 

Una scissione parziale da manuale

  • Con la risposta a interpello n. 21/2018, l’Agenzia delle Entrate ha confermato la liceità di un’operazione di scissione parziale proporzionale con scorporo del ramo immobiliare a favore di una società beneficiaria esistente, partecipata dai medesimi soci della scissa, anche se con percentuali diverse.
  • Scopo – La proprietà puntava a raggruppare attività aziendali omogenee, a migliorare la trasparenza nei confronti degli istituti di credito rispetto ai risultati aziendali e a concentrare in una società immobiliare (operante in un settore caratterizzato da un livello di rischio inferiore) i fabbricati posseduti dalla scissa, prevedendo una ripartizione proporzionale delle riserve in sospensione d’imposta.
  • Alla luce di questi aspetti, ritenuti sufficienti a escludere profili di abuso, l’Amministrazione Finanziaria ha rilevato che il passaggio del patrimonio immobiliare da un soggetto all’altro non comporta la fuoriuscita degli immobili dal regime di impresa, che si realizzerà solo dopo la loro cessione o dopo la liquidazione con assegnazione ai soci.
  • L’Agenzia ha riconosciuto che, nello specifico, la scissione rappresenta l’operazione fisiologica per realizzare la finalità di separare l’attività industriale da quella immobiliare, in assenza di vantaggi fiscali indebiti, con il conseguente riconoscimento della neutralità fiscale (prevista dall’art. 173 TUIR).

Prestazioni occasionali, le nuove estensioni dalla L. 96/2018

Tra le novità introdotte dalla legge n. 96/2018, di conversione del D.L. n. 87/2018, si trovano anche quelle riguardanti le prestazioni occasionali, contenute all’interno dell’art. 2-bis. Lo scopo è un’estensione dello strumento soprattutto nel settore del turismo e dell’agricoltura.
Infatti, solamente per le aziende alberghiere e per le strutture ricettive che operano nell’ambito del turismo, il limite del numero di lavoratori che devono essere già occupati a tempo indeterminato presenti nell’azienda non deve più essere considerato di 5 unità, ma viene alzato a 8, a condizione però che le prestazioni vengano svolte da pensionati, disoccupati, giovani studenti di età inferiore a 25 anni o percettori di prestazioni integrative del salario. Per beneficiare delle prestazioni occasionali, viene inoltre sottolineato che tali categorie devono presentare un’autocertificazione riportante la loro specifica condizione (vale a dire l’appartenenza a una delle categorie sopra citate), nel momento in cui effettuano la registrazione sulla piattaforma. In aggiunta, devono autocertificare di non essere stati iscritti negli elenchi dei lavoratori agricoli, nel corso dell’anno precedente a quello in cui devono effettuare la prestazione.
Il periodo durante il quale può essere effettuata la comunicazione preventiva per le aziende agricole viene aumentato a 10 giorni e, come spiegato sopra, prevede tale estensione anche per le aziende alberghiere e le strutture ricettive che operano nel settore del turismo.
Un’ulteriore novità introdotta riguarda le informazioni contenute all’interno della comunicazione: solo per gli imprenditori di tali settori non sarà più necessario indicare nel dettaglio la data e l’ora di inizio e di fine di ciascuna prestazione, ma sarà sufficiente indicare la data di inizio e il monte ore complessivo presunto, in riferimento a un arco temporale non superiore ai 10 giorni.
Tra le novità inserite vi è anche la possibilità di appoggiarsi a un intermediario abilitato per effettuare i versamenti relativi all’utilizzo delle prestazioni occasionali sul sito dell’INPS.
A tutela dell’imprenditore agricolo, la legge di conversione (c. 20, art. 54-bis) modifica anche alcuni aspetti sanzionatori: viene infatti esclusa la sanzione per l’imprenditore che impiega soggetti che risultano, di fatto, iscritti agli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli, solo nel caso in cui questa informazione sia dichiarata dal lavoratore stesso tramite autocertificazione incompleta o non veritiera.

QR Code (e delega) pane quotidiano per la fattura elettronica

Dal 1.01.2019, QR Code sempre a portata di mano. Con l’avvento della fatturazione elettronica obbligatoria tra privati (B2B e B2C) il QR-code diventa infatti il nuovo biglietto da visita delle aziende e dei professionisti, da custodire ed esibire al momento della richiesta della fattura ai propri fornitori. Il nuovo database dei dati personali fiscalmente rilevanti, codici identificativi ai fini della ricezione delle fatture elettroniche compresi, potrà essere custodito e conservato sia in formato digitale che analogico.
Il ruolo del nuovo codice nell’era della fatturazione elettronica è stato messo in risalto dai vertici dell’Agenzia delle Entrate nel corso del recente forum organizzato a Roma, al Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili. In quella sede si è infatti ricordato come la principale funzione del QR-Code consista proprio nell’agevolare la predisposizione e l’invio delle fatture elettroniche tramite il sistema di interscambio (SdI) dell’Agenzia delle Entrate.
Nella sostanza si tratta di un vero e proprio codice a barre bidimensionale, da mostrare al proprio fornitore attraverso lo smartphone, il tablet o sulla carta. Poiché all’interno del codice Qr sono contenute le informazioni fiscali rilevanti, il fornitore, al momento della predisposizione della fattura, potrà acquisire in automatico i dati del cliente – compreso l’indirizzo prescelto per il recapito delle fatture elettroniche – in modo veloce e senza il rischio di commettere errori che potrebbero creare problemi nella fase di invio e ricezione della fattura elettronica stessa.
Per la generazione del proprio QR-Code, è sufficiente accedere al portale “Fatture e Corrispettivi” o collegarsi al proprio cassetto fiscale. Il codice, che può essere generato anche da un intermediario, su delega del contribuente, può essere salvato in formato pdf e successivamente stampato o memorizzato sul proprio telefono cellulare.
I dati anagrafici Iva contenuti nel QR-Code sono quelli validi al momento della sua generazione: in caso di modifica del numero di partita Iva o di altri dati anagrafici è importante, quindi, procedere prima alla distruzione del vecchio QR-Code e successivamente alla generazione di uno nuovo in sua sostituzione.
Durante i lavori del forum sulla fatturazione elettronica non si è parlato però soltanto della funzione chiave svolta dal Qr-code. Sono stati infatti affrontati anche altri temi, in particolare, la procedura di delega al professionista per i servizi all’interno del portale “Fatture e Corrispettivi” dell’Agenzia delle Entrate.
Sul punto i responsabili dell’Agenzia delle Entrate hanno più volte sottolineato l’importanza e la novità di questa funzione che, al momento, appare come una vera e propria sfida per i professionisti italiani.
Tenuto conto dell’impegno che i professionisti assumeranno nel ruolo di delegati alla fatturazione elettronica per conto dei loro clienti, appare piuttosto evidente come tale possibilità sia da limitare alle posizioni soggettive di minori dimensioni.
Le realtà di maggiori dimensioni dovranno infatti necessariamente attrezzarsi in proprio per la gestione di tutti i processi legati alla fatturazione elettronica, essendo difficile ipotizzare che venga delegato il commercialista quando la mole di documenti da gestire, sia in entrata che in uscita, sia superiore a certe dimensioni.
La delega al professionista per la gestione della fatturazione elettronica avrà una durata di quattro anni e potrà essere revocata in qualsiasi momento.