Sapere e non fare non è ancora conoscere

Cit. Anonimo

Diario

Il Convegno di Diritto Tributario Internazionale di Gardone Riviera

Saranno i c.d. Intangibles i beni da proteggere, quelli che costituiranno la vera ricchezza delle nostre imprese. È emerso chiaramente dalle Relazioni di Piergiorgio Valente e Maricla Pennesi al Convegno di fiscalità internazionale di Gardone Riviera organizzato dall’ODCEC di Brescia lo scorso 12 e 13 ottobre.

La catena del valore a cui siamo stati abituati, a sviluppo lineare, non è più attuale. La digitalizzazione darà un impulso nuovo al lavoro di noi tutti e l’intelligenza artificiale assumerà sempre più importanza nello sviluppo dei modelli di business, accorciando ancora di più i tempi di reazione che diventeranno più serrati che mai. Una riflessione interessante da parte della Dott.ssa Pennesi anche in termini di rapporto Fisco-Contribuente,  laddove il Cittadino avrà un tempo assai ridotto per fornire una enorme moltitudine di informazioni alle quali l’Amministrazione potrà accedere in modo completo e immediato, disponendo, al contrario, di un tempo assai esteso per poterle esaminare e contestare. Evidente che questa distorsione dovrà essere corretta, riducendo drasticamente i tempi concessi al Fisco per l’attività di accertamento.

Il Convegno di Diritto Tributario Internazionale di Gardone Riviera

Il Convegno di Diritto Tributario Internazionale di Gardone Riviera del 12 e 13 ottobre scorso, organizzato dall’ODCEC bresciano, quest’anno ha ospitato una importante rappresentanza dell’Industria. Hanno partecipato, infatti, Marco Bonometti, Presidente di Confindustria Lombardia e Giuseppe Pasini, Presidente dell’associazione Industriali Bresciani. L’appassionata relazione di Marco Bonometti ha colpito profondamente la Sala, andando a toccare senza conformismo aspetti cruciali dell’economia italiana. Non da meno, Giuseppe Pasini, con altrettanta indipendenza di pensiero e precisione, ha messo a fuoco il Suo punto di vista su tutti i temi in discussione.

Queste voci, stentoree e chiare, sono indispensabili anche alla discussione scientifica che i Professionisti devono continuamente alimentare all’interno del Loro lavoro e delle Loro iniziative formative e di divulgazione. L’alleanza fra Professioni e Industria è un ingrediente indispensabile alla crescita corretta e sana dell’Economia del nostro Paese e allo sviluppo della Società Civile, che non è solo pensiero economico, ma anche sociale ed etico.

Il Convegno di Diritto Tributario – 26° edizione del Convegno di Fiscalità internazionale

Il 12 e 13 ottobre, Gardone Riviera ha ospitato – come è ormai tradizione – la 26° edizione del Convegno di Fiscalità internazionale organizzato dall’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Brescia.

I lavori si sono svolti nella meravigliosa cornice del Grand Hotel dove, quest’anno, si è discusso di beni intangibili, economia digitale e dazi doganali con interventi di alto contenuto scientifico e Relatori provenienti dal mondo delle Professioni, ma anche dall’Impresa, dalle Università e dalle Istituzioni. Il carattere internazionale del Convegno è tale da coinvolgere personalità non solo italiane. Quest’anno, in particolare, è intervenuto Giuseppe Brusa, Dottore Commercialista in New York, che ha illustrato la fiscalità USA dopo gli interventi della Presidenza Trump e le opportunità che oggi gli Stati Uniti possono offrire alle imprese italiane.

Fra i Relatori anche Angelo Cisotto, che ha introdotto, coordinato e moderato la Sessione che ha concluso i lavori della prima giornata introducendo le relazioni del Dott. Ceppellini che ha trattato il tema della Derivazione Rafforzata, del Dott. Furlan sulla Stabile Organizzazione e della Professoressa Buccico, che ha illustrato l’impatto della Convenzione Multilaterale Beps sui Trattati Bilaterali.

Il Convegno, che assieme a Spring in Naples rappresenta una delle rare occasioni di approfondimento sistematico della materia, ha ottenuto un soddisfacente successo di pubblico, confermando l’elevato contenuto scientifico che caratterizza questo appuntamento annuale organizzato dall’Ordine di Brescia.

 

La Cassazione ci ripensa: il trust si tassa alla fine

Ennesima puntata in Cassazione sul trust: con l’ordinanza 1131 del 17 gennaio 2019, senza minimamente considerare quanto affermato nelle decisioni 31445/2018 e 734/2019, si torna al passato, e cioè all’affermazione che l’istituzione di un vincolo di destinazione non è tassata in sé e per sé, ma solo quando vi sia «un effettivo incremento patrimoniale del beneficiario», situazione che non si verifica «sino a quando il programma del trust non abbia avuto esecuzione»
L’ordinanza 1131/2019 costringe, dunque, a riepilogare l’ordine degli eventi, per cercare di comprendere quale sia l’attuale stato della questione inerente la tassazione dell’atto con il quale il trust viene dotato. Ebbene, dopo una grave divisione verificatasi, sul punto, in molte decine di sentenze di merito, in sede di legittimità si sono registrate le seguenti “puntate”:
a) dapprima (nelle ordinanze 3735/2015, 3737/2015, 3886/2015 e 5322/2015 e nella sentenza 4482/2016) l’atto di dotazione del trust è stato ritenuto come una fattispecie nella quale deve senz’altro applicarsi l’imposta (proporzionale) di donazione;
b) con la sentenza 21614/2016, la Cassazione fece retromarcia: venne affermato che la dotazione di un trust non è da intendere quale manifestazione di capacità contributiva (ed è quindi da tassare con l’imposta fissa);
c) con la sentenza 13626/2018, la Cassazione iniziò un percorso di “mediazione” rispetto alle precedenti divergenze di vedute, affermando che l’imposta di donazione si deve applicare all’istituzione del vincolo di trust quando esso è originato mediante il trasferimento del patrimonio in trust dal disponente al trustee; ma non si deve applicare se, nell’istituire un vincolo di trust su un dato patrimonio, esso rimane (è il cosiddetto trust “autodichiarato”) di titolarità del disponente;
d) con le ordinanze 734/2019 e 31445/2018 la Cassazione ha affermato un’ulteriore “mediazione” rispetto alle precedenti pronunce, decidendo che: se il trust è “traslativo”, e cioè vi è un trasferimento patrimoniale dal disponente al trustee e sia già stabilmente individuato il beneficiario finale del trust, si procede a immediata applicazione dell’imposta di donazione, come se si trattasse di una donazione dal disponente al beneficiario; qualora il trust sia bensì “traslativo”, ma l’intestazione al trustee del patrimonio destinato al trust configuri una situazione transitoria, l’istituzione del trust va assoggettata a imposizione in misura fissa, in quanto l’imposizione proporzionale si applicherà se e quando vi sarà la definitiva attribuzione dei beni del trust ai soggetti che ne beneficeranno; Infine, se il trust è non traslativo, ma “autodichiarato”, si ripete quanto precede: se si determina una situazione già stabilizzata (ad esempio, quando il disponente è anche il beneficiario del trust o il beneficiario è un terzo, definitivamente individuato), si applica la tassazione proporzionale, mentre, in caso contrario, si deve ricorrere alla tassazione in misura fissa.
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Angelo Busani

Crisi d’impresa, rapporti di lavoro sospesi per 8 mesi

Lo schema di decreto legislativo di riforma della crisi d’impresa sarà portato in consiglio dei ministri questa settimana, in vista della scadenza della delega. Il testo disciplina per la prima volta in modo organico la sorte dei rapporti di lavoro subordinato in caso di insolvenza dell’imprenditore. Lo fa recependo orientamenti della giurisprudenza, dando finalmente ancoraggio normativo alla soluzione della sospensione dei rapporti all’apertura della procedura di liquidazione, con facoltà per il curatore di subentrarvi entro quattro mesi, che se non esercitata determina la risoluzione di diritto del contratto di lavoro.
La possibilità della risoluzione di diritto, grande novità della riforma, è doverosamente coordinata con le norme in tema di licenziamenti collettivi. La durata della sospensione è prorogabile sino a un massimo di otto mesi, quando esiste una prospettiva di ripresa dell’attività o di trasferimento di azienda. La soluzione adottata, opportunamente corredata dalla previsione di un apposito ammortizzatore sociale per il periodo di sospensione (Naspilg), che dopo l’abrogazione dell’articolo 3 legge 223/1991 mancava, risponde alla necessità di assicurare ai lavoratori una rete di protezione mentre si esplorano le possibilità di ricollocare gli attivi dell’impresa in crisi.
Al termine della proroga, il rapporto con il lavoratore tenuto in stand-by “prolungato” al quale poi il curatore non ha comunicato il recesso o il subentro, si intende risolto di diritto, ma al dipendente spetta un’indennità in prededuzione modulata sullo schema delle tutele crescenti, che può raggiungere – a seconda dell’anzianità del lavoratore – un massimo di otto mensilità. Inoltre, il lavoratore “sospeso” che si dimette non dovrà provare la giusta causa del recesso, perché questa viene riconosciuta automaticamente con effetto dalla data di apertura della procedura.
Oltre a interventi puntuali sulla sorte dei rapporti di lavoro in caso di avvio della liquidazione giudiziale, lo schema di Dlgs prevede una serie di norme di coordinamento con la disciplina giuslavoristica in materia di licenziamenti collettivi, trasferimenti di azienda e fondo di garanzia Inps. Quanto ai primi, la violazione della procedura nel caso di liquidazione giudiziale comporterà le medesime conseguenze previste dalla legge 223/1991 o dal Jobs act, a seconda che il rapporto sia sorto prima o dopo il 7 marzo 2015: reintegrazione nel posto di lavoro nel primo caso, indennità a tutele crescenti nel secondo.
Come previsto dalla legge delega, la disciplina è stata armonizzata con la normativa europea in tema di mantenimento dei diritti dei lavoratori nei trasferimenti di azienda, il mancato rispetto della quale in passato aveva comportato per il nostro paese la condanna della Corte di giustizia Ue. In particolare, è stato chiarito che nei casi di continuità aziendale si possono modificare le condizioni contrattuali (come mansioni, qualifica, orario), ma non si può derogare alla norma della conservazione del posto per tutti gli addetti al ramo trasferito.
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Alessandro Corrado

La vita oltre l’obbligo di eFattura: ecco le opportunità da cogliere (per tutti)

L’obbligo di fatturazione elettronica tra privati è destinato ad avere, nel suo sviluppo temporale, diversi impatti. Che equivalgono a tre fasi prevedibili nei prossimi mesi.

Il più importante sarà l’apertura di nuove opportunità per il mercato, alcune delle quali si possono già cogliere nell’immediato (per esempio nella riconciliazione di ordini, consegne e fatture).

Ma tutto questo se e quando ci metteremo alle spalle il primo impatto – e forse in questo momento quello più largamente diffuso: il fastidio che ogni adempimento porta inevitabilmente con sé. Per molte imprese, infatti, si tratta solo di un’imposizione incomprensibile, portata avanti in modo sconsiderato da uno Stato lontano dai problemi reali e dalle vere esigenze del fare impresa. Peccato. In particolare, perché non è così: l’obbligo si inquadra in un più ampio percorso di digitalizzazione del Sistema Paese e mira ad anticipare dinamiche su cui tutta l’Europa sta investendo. Semplicemente è un modo per precorrere i tempi e centrare il duplice obiettivo di arrivarci prima e di semplificare la relazione tra imprese e Autorità Fiscale. Nel pieno rispetto delle opinioni di ciascuno, diamo per assodato che per la molteplicità delle imprese forse non sarà un momento piacevole.

Il secondo impatto al quale assisteremo, dopo un periodo iniziale di adattamento, sarà quello del diffondersi della consapevolezza sulla relativa facilità con cui è, in fondo, gestibile il processo. Chiunque abbia già iniziato a cimentarvisi a partire da luglio 2018, cioè da quando SdI è disponibile per l’invio delle fatture elettroniche, oggi trova che emettere fatture elettroniche sia complesso quanto lo era prima, né più né meno. Con un po’ di dimestichezza, sarà possibile approfittare di qualche semplificazione informatica (sistemi integrati, clonazione di documenti, regole impostate per cliente), cambiare l’approccio alle Note di Credito (che inevitabilmente aumenteranno) e quindi apprezzeremo l’immediata facilità del nuovo processo elettronico.

Il terzo impatto sarà, infine, quello della comprensione delle nuove opportunità. Una volta abbandonato il mondo della contabilità cartacea, infatti, emergeranno stimoli di innovazione propri di quell’ecosistema digitale in cui ci troveremo. Difficile dire quale sarà il percorso prevalente, quello che cambierà maggiormente gli scenari nelle relazioni B2B, tuttavia possiamo provare a inquadrarli, adottando un po’ di immaginazione. E se oggi questi scenari possono sembrare difficili, vale la pena chiedersi se lo sono altrettanto in un contesto molto più digitale, quello in cui ci troveremo tra qualche mese, in cui la fatturazione elettronica sarà già da tempo una realtà.

Su questo terzo impatto ci concentreremo, descrivendo alcune prospettive: sia quelle potenzialmente interessanti e già oggi facilmente valutabili e su cui cominciare a lavorare, sia altre che richiedono ancora qualche semplice modifica tecnica per poter essere operative.

Riconciliazione di ordini, consegne e fatture

La riconciliazione di ordini, consegne e fatture è un aspetto su cui iniziare a lavorare. Una volta abituati alla fatturazione elettronica, il valore del disporre di informazioni strutturate, largamente utilizzate e codificabili in maniera univoca, sarà evidente. E da questa consapevolezza deriverà l’interesse a tracciare in modo crescente, magari proprio con l’ausilio di sistemi informatici integrati attraverso lo scambio di documenti in formati condivisi, ogni codifica, scendendo a livello di singola riga d’ordine, di ddt, di fatture. In questo modo sarà possibile appropriarsi dei benefici della riconciliazione semiautomatica tra ordini, documenti di consegna e fatture.

Un beneficio oggi ben noto soprattutto alle grandi imprese nelle relazioni continuative, ma che nel prossimo futuro delle relazioni B2B digitali potrebbe portare le dinamiche tipiche del mondo del Business Data Interchange a disposizione di qualsiasi impresa, in ogni settore.

Fattura immediata al posto del DDT

Un’altra prospettiva è quella della fattura immediata al posto del DDT. Volendo, il Documento di Trasporto (DDT) può da tempo essere un documento digitale e non occorre, nonostante le diffuse abitudini, che venga formalmente firmato da chi riceve la merce. Il valore del DDT è oggi duplice: di business e fiscale. L’impatto di business è quello di accompagnare le merci, fornendo un documento su cui effettuare un controllo della spedizione, l’impatto fiscale è quello di abilitare la fatturazione differita, cumulata di più operazioni svolte nel corso del mese. Queste funzioni, tuttavia, in un contesto dominato dalla fatturazione elettronica obbligatoria diventano sfocate e più simili a vincoli che a strumenti indispensabili dalla comprovata efficacia.

Una fatturazione elettronica immediata che da luglio 2019 può essere emessa entro dieci giorni dall’invio della merce ed essere gestita da strumenti informatici in grado di regolarne flussi e aggregazioni, abilita modelli di business molto diversi da quelli attuali. Sia perché il controllo della spedizione può avvenire con documenti meno impegnativi dell’attuale DDT (che va conservato per dieci anni), sia perché avremo da tempo sdoganato il ricorso sistematico alle note di credito per garantire la correttezza delle Fatture emesse e ricevute: ingredienti perfetti per modelli di smart logistics.

In sintesi: sussiste la necessità di utilizzare il documento di trasporto per fare accompagnare la merce oppure è possibile evitarlo ricorrendo alle fatture immediate, che possono essere emessi fino a dieci giorni dalla consegna della merce? Questa rivoluzione nelle prassi e abitudini quotidiane di moltissime imprese italiane può rappresentare una vera opportunità per eliminare molta carta che oggi opprime le aziende e rallenta la comunicazione. Ragionevolmente, si assisterà a un incremento di emissione di fatture immediate rispetto a quelle riepilogative mensili, compensato dalla semplicità indotta nella loro gestione: il documento in xml, infatti, consente l’intellegibilità e l’interoperabilità dei dati contenuti in Fattura tra i vari sistemi gestionali, abilitando modelli orientati ad acquisizione, riconciliazione e registrazione automatica.

Le prospettive europee

Dall’Xmlfattura alle prospettive di digitalizzazione europee è un’altra strada su cui lavorare. L’Xmlfattura, alla base dell’obbligo di fatturazione elettronica in Italia, sarà presto affiancato da altri due standard da aprile 2019, che in base alla normativa EU sugli appalti pubblici, non potranno essere rifiutati da nessuna PA europea. Questi standard, sono entrambi xml: il Cross Industry Invoice (CII) e l’Ubl 2.0 sviluppato nell’ambito del progetto Peppol (Pan European Public Procurement On Line). In questa prospettiva, un’impresa convinta di voler digitalizzare il proprio B2B cavalcando al meglio l’occasione dell’obbligo di Fatturazione Elettronica potrebbe trovarsi di fronte al dilemma su quale standard adottare. Una buona risposta sta proprio nel mondo Peppol.

A differenza dell’Xml fattura che copre il solo documento Fattura (i cui tag sono in italiano), Peppol, invece, è un linguaggio che mappa più di sessanta documenti, tra i quali anche la Fattura, e nasce e si sviluppa in tutta Europa per essere uno strumento di supporto a tutte le relazioni B2B (in particolare verso la PA). L’efficacia di Peppol è già oggi testimoniata dall’esperienza dell’Emilia Romagna, che ne ha fatto lo strumento cardine attorno al quale gestire le relazioni B2B tra sanità, Regione e tutti gli operatori economici, obbligando l’uso del formato elettronico dall’invio dell’ordine alla fatturazione. Inoltre, anche l’esperienza del Nodo Smistamento Ordini (NSO), lo strumento con cui da ottobre 2019 le PA inizieranno a gestire gli ordini verso i loro fornitori, si basa sull’Ordine Peppol.

Gestione informazioni e dati sul passivo

Un altro spunto è la gestione delle informazioni e dei dati sul passivo. Il file Xmlfattura, per sua struttura, consente la lettura di tutti i dettagli degli importi dei singoli articoli venduti. Il sistema di acquisizione delle fatture elettroniche pertanto può recuperare, nel sistema contabile, i dati dell’imponibile, dell’iva e del totale fattura: è inoltre possibile importare anche i dettagli delle singole righe degli articoli che compongono la fattura, allo scopo di permettere analisi dettagliate nel tempo. Per esempio, è possibile monitorare eventuali scostamenti nei prezzi praticati dai fornitori per unità ordinata, intercettando in modo automatico se vengono modificati dal fornitore senza comunicazioni o autorizzazioni.

Gli scenari che richiedono qualche modifica tecnica

Si va verso servizi fintech di supply chain finance. Una volta arrivati alla più ampia e pervasiva digitalizzazione del ciclo dell’ordine, accanto alla fatturazione elettroniche avremo gli ordini elettronici e forse anche i contratti digitali. In questo scenario, alcuni servizi finanziari di anticipo fatture non potranno che risultare più accessibili, garantiti dalla presenza di documenti elettronici che denotano il reale passaggio di proprietà di merci in contesti transazionali evoluti.

E a questo punto, sarà possibile adottare modelli di valutazione dei rating di rischio orientati alla comprensione concreta delle relazioni di business all’interno di una filiera, accedendo a finanziamenti erogati da modelli di supply chain finance. Uno scenario apparentemente avveniristico, che però nel mondo, dove le relazioni digitali sono più frequenti e pervasive, ha portato a fenomeni tutt’altro che sottovalutabili: negli ultimi 10 anni, StartUp hanno acquisito banche o operatori logistici per poter controllare al meglio i flussi di merci tra partner di business ed erogare efficacemente, ricorrendo a piattaforme digitali, finanziamenti per sostenere le relazioni di business.

Un’altra prospettiva portata dall’e Fattura è l’utilizzo del QR-code per la rendicontazione delle note spese. Attualmente molte imprese impiegano non poco tempo per riconciliare le fatture ricevute con le commesse in corso cui si riferiscono, oppure spendono molto tempo per la gestione delle note spese (recuperare e rimborsare le spese sostenute dal proprio personale in trasferta per poi addebitarle di nuovo ai clienti finali ripartendole per singole commesse in modo da poterne giustificare l’inerenza ai fine delle imposte sui redditi). Non solo: capita spesso anche che i giustificativi vengono persi e/o non consegnati o consegnati tardivamente agli uffici amministrativi aziendali, causando rallentamenti nel processo di fatturazione e quindi problemi in tutte le attività contabili e finanziarie (disponibilità di liquidità). In questo scenario complesso, il QRcode prodotto dall’Agenzia delle Entrate per consentire la comunicazione rapida dei dati fiscali, è sicuramente uno strumento in grado di dare un contributo sostanziale. Grazie al QRcode, infatti, chi emette la fattura può accedere rapidamente ai dati del cliente senza commettere errori di digitazione e chi la deve ricevere, come per esempio l’ufficio amministrativo aziendale, le può avere immediatamente a disposizione, direttamente dal Sistema di Interscambio e finalizzare ogni attività di rendicontazione. In verità, gli strumenti tecnici non sono ancora pronti per abilitare questo processo.

Per abilitarlo occorrerebbe prevedere un ulteriore aggiornamento delle regole tecniche dello standard QRcode, inserendo due campi liberi. I codici di questi campi potrebbero essere indicati direttamente dall’azienda che produce il proprio QRCode. In questo modo, per esempio, si potrebbe rilasciare ad esempio, tanti e diversi QRcode ai propri dipendenti, indicanti codici identificativi di spesa (la targa dell’automezzo aziendale) e/o del dipendente e/o della commessa di riferimento e/o del centro di costo e/o del codice del piano dei conti contabile su cui allocare la spesa.

C’è anche la prospettiva delle semplificazioni sul mondo del reverse charge. Gli adempimenti formali in materia di reverse charge richiedono il ricorso a procedure complicate per assolvere un obbligo normativo. Se però la fattura riportasse l’indicazione dell’aliquota iva, come accade oggi per le fatture assoggettate alla procedura di split-payment, si potrebbe evitarne l’integrazione. Per farlo, basterebbe codificare una nuova lettera da inserire nell’apposito campo xml [<2.2.2.7> (EsigibilitàIVA)] per consentire all’Agenzia delle Entrate di acquisire correttamente i dati e non considerarla nella pre-liquidazione iva periodica dell’emittente quando sarà operativa e calcolarla invece nella pre-liquidazione iva del ricevente. In questo modo si risolverebbe anche l’eventuale dubbio di interpretazione del ricevente della Fattura circa la corretta aliquota IVA da applicare al bene/servizio ricevuto.

Questa carrellata di scenari, fatti da molteplici aree di sviluppo e innovazione, può sembrare, oggi, quasi avveniristica. Eppure, in un contesto digitale, abituato alla fatturazione elettronica, nessuna di queste evoluzioni è troppo lontana e, anzi, può rappresentare una direzione sulla quale costruire nuove procedure per la gestione dei processi amministrativi.

Acquisti di carburante dal 2019 con fattura elettronica e senza scheda

Per effetto dell’art. 11-bis del DL 87/2018, è stata differita al 1° gennaio 2019 l’entrata in vigore degli obblighi di fatturazione elettronica (originariamente previsti per il 1° luglio) relativi alle cessioni di benzina e gasolio presso impianti stradali di distribuzione. A tale data è stata differita anche l’abolizione della scheda carburante (e dell’utilizzo, alternativo, dell’estratto conto) al fine di documentare l’acquisto effettuato, ai fini fiscali.

A partire del 1° gennaio 2019, la certificazione degli obblighi relativi alle cessioni di carburante dovrà avvenire, pertanto, mediante fattura elettronica, a prescindere dallo stadio di commercializzazione del prodotto (art. 22 comma 3 del DPR 633/72, modificato dall’art. 1 comma 920 della L. 205/2017). Saranno incluse nei nuovi obblighi, oltre alle operazioni effettuate da imprese petrolifere, grossisti e intermediari, anche le vendite al dettaglio presso gli impianti stradali.

Va, peraltro, sottolineato che a decorrere dal 1° gennaio 2019 i distributori al dettaglio potranno fruire dell’esonero dagli obblighi di certificazione ex art. 2 comma 1 lett. b) del DPR 696/96 per le sole cessioni di carburanti nei confronti di clienti che acquistano al di fuori dell’esercizio di impresa, arte e professione (art. 1 comma 921 della L. 205/2017), al di là del fatto che i distributori “ad elevata automazione” sono comunque tenuti alla trasmissione telematica dei corrispettivi (provv. Agenzia delle Dogane n. 106701/2018).

Alla luce di quanto descritto, è di tutta evidenza che i soggetti passivi IVA i quali acquistano carburante al dettaglio e intendono ricevere la fattura (imprescindibile ai fini della detrazione dell’imposta) dovranno comunicare i propri dati anagrafici e fiscali presso gli impianti stradali di distribuzione. Ciò consentirà di ricevere la fattura elettronica all’indirizzo telematico (PEC o codice destinatario), se questo è stato registrato preventivamente oppure, in assenza di indirizzo telematico registrato, la fattura elettronica sarà reperibile in un’apposita area del sito dell’Agenzia ove il soggetto passivo potrà recuperarla e “scaricarla” ai fini della registrazione.

Al fine di comunicare le informazioni rilevanti al distributore ed in particolar modo nei casi di chiusura dell’impianto, è opportuno dotarsi del c.d. QR-code, elemento che consente alla controparte (cedente) di acquisire automaticamente, grazie ad un apposito lettore, i dati anagrafici, il numero di partita IVA e l’indirizzo telematico dell’acquirente.

Per coloro che, invece, non intendessero, richiedere fattura elettronica al momento dell’acquisto del carburante, resta possibile avvalersi di buoni carburante o carte carburante, per i quali – se qualificabili come buoni “monouso” – l’esigibilità dell’IVA si verifica al momento dell’emissione del buono a norma del previsto nuovo art. 6-bis del DPR 633/72.
In tutti i casi, per poter esercitare il diritto della detrazione dell’IVA (art. 19-bis lett. d) del DPR 633/72) e per dedurre il costo di acquisto ai fini delle imposte sui redditi (art. 164comma 1-bis del TUIR), rimane fermo l’obbligo di effettuare il pagamento mediante mezzi tracciabili, come bonifici, assegni, carte di credito, carte di debito, carte prepagate (provv. Agenzia delle Entrate n. 73203/2018).

Come anticipato, l’art. 22 comma 3 del DPR 633/72 impone, dal 1° gennaio 2019, a tutti i soggetti passivi IVA l’obbligo di documentare con fattura elettronica gli acquisti di carburante per autotrazione presso impianti stradali di distribuzione.
La necessità di acquisire la fattura elettronica, seppur ininfluente per la detrazione IVA, dovrebbe comunque interessare i soggetti in regime di vantaggio o “minimi” (art. 27commi 1 e 2 del DL 98/2011) ai fini della documentazione del costo, per il fatto che i distributori di carburante non sono tenuti al rilascio di ricevuta fiscale per chi si qualifichi come “privato”.

Per i soggetti in regime forfetario (art. 1 della L. 190/2014) la ricezione della fattura elettronica non è essenziale ai fini della determinazione del reddito (che viene determinato avvalendosi di un coefficiente di redditività) ma utile ai fini della documentazione delle fatture di acquisto richiesta dal comma 59 del citato art. 1 oltre che all’obbligo di indicazione delle spese per autotrazione nel modello REDDITI.

Qualche modifica, dal 1° gennaio 2019, potrebbe interessare i soggetti che applicano l’IVA con il meccanismo dello split payment (tra cui, Pubbliche Amministrazioni, enti e società controllati dalla P.A., società quotate nel’indice FTSE MIB). Come ha osservato Confindustria (nota di aggiornamento dell’8 giugno 2018), l’abolizione della scheda carburante e l’introduzione degli obblighi di fatturazione elettronica nel settore dei carburanti fanno venir meno la possibilità di effettuare acquisti di carburante senza applicazione dello split payment per questi soggetti. La documentazione mediante scheda carburante in luogo della fattura, difatti, in base all’art. 9 del DM 23 gennaio 2015, non fa sorgere l’obbligo di assolvere l’IVA avvalendosi del meccanismo dello split payment per gli acquisti così certificati. Tale impostazione potrà considerarsi valida solamente per le cessioni di benzina e gasolio effettuati entro il 31 dicembre 2018.

Nelle fusioni giudizio di operatività slegato dall’esistenza del triennio di riferimento

Il mantenimento del diritto al riporto delle perdite fiscali, delle eccedenze di interessi passivi e delle eccedenze ACE maturate in capo a una qualunque delle società interessate da una fusione dipendono dal superamento di un duplice test di legge.
In particolare, con massimo beneficio di sintesi, la società loro titolare deve dimostrarsi operativa sulla base di una verifica di portata come minimo triennale, avente ad oggetto i ricavi della gestione caratteristica e le spese per prestazioni di lavoro subordinato, con relativi contributi. In via ulteriore, la medesima società deve risultare titolare di un patrimonio netto, quale risulta dall’ultimo suo bilancio o, se inferiore, dalla situazione patrimoniale richiesta dal codice civile, di ammontare almeno pari alla somma delle posizioni soggettive in analisi, una volta decrementato dei conferimenti e dei versamenti fatti nei 24 mesi anteriori.

L’estrema rigidità di tale meccanismo di verifica pone in seria difficoltà le società impossibilitate ad applicarlo in ragione, ad esempio, della loro recente costituzione; del pari, le correzioni al parametro patrimoniale possono interessare incrementi operati per ragioni certamente non elusive, quale può essere, ad esempio, la necessità di ricapitalizzare la società a seguito di perdite, pena la sua trasformazione o liquidazione.

Proprio in questo scenario si colloca un’interessante risposta a istanza di interpello resa di recente dalla Direzione Regionale della Lombardia.
Il caso sottoposto al vaglio preventivo dell’Amministrazione finanziaria, in particolare, riguardava una società a responsabilità limitata, qui denominata Alfa, incorporata da una società per azioni produttiva qui indicata come Beta, sua socia unica, nel corso del primo semestre 2017, in ragione di una fusione retrodatata a inizio anno.
Alfa, nello specifico, risultava costituita a inizio 2015 e operante per il tramite di un ramo d’azienda affittato, poi acquisito a fine 2016 a seguito del fallimento del relativo titolare. In sede di fusione, Alfa presentava perdite maturate sia nel corso del suo primo esercizio, che nel corso del 2016 e ancora durante il periodo compreso tra il 1° gennaio 2017 e la data di efficacia giuridica della fusione.

Se la sorte delle perdite generatesi dal 2016 non era in discussione, in ragione dell’intervenuta adesione di Alfa al consolidato fiscale nazionale promosso da Beta, con conseguente disapplicazione per esse delle disposizioni dettate dall’art. 172 comma 7 del TUIR, identica conclusione non poteva trarsi avuto riguardo alle pari poste maturate nel 2015 e quindi ante opzione.

In merito, i dubbi scaturivano, innanzitutto, dall’impossibilità di giudicare l’operatività di Alfa sulla scorta dell’activity test di legge per la mancanza del necessario arco di tempo triennale: la sua applicazione, infatti, avrebbe richiesto un raffronto delle voci di Conto economico rilevanti, per come tratte dal bilancio relativo all’esercizio 2016, con il 40% della loro media 2015-2014, con il coinvolgimento quindi di un anno (il 2014 appunto), in cui Alfa non era ancora venuta ad esistenza. A ciò si aggiunga che il patrimonio netto di quest’ultima, da assumere quale limite quantitativo per il riporto in avanti nel tempo delle perdite conseguite nel 2015, per come risultante dal bilancio relativo all’esercizio 2016, era in prima istanza capiente, ma risultava insufficiente, e in particolare negativo, una volta sottratti, per rigorosa applicazione del dettato normativo, i versamenti operati per la costituzione del relativo capitale sociale e quelli resisi necessari ex art. 2482-terc.c. per la copertura delle successive perdite, attuati a mezzo rinuncia di precedenti finanziamenti del socio.

L’Agenzia delle Entrate, nella sua risposta, ha convenuto in toto con quanto prospettato dal contribuente, circa l’impossibilità cioè di ravvisare in Alfa i tratti tipici di una “bara fiscale”.

In particolare, avuto riguardo al primo aspetto, in linea con quanto affermato nella risoluzione n. 337 del 29 ottobre 2002 e, più di recente, nel principio di diritto n. 6 del 15 ottobre 2018, ha rilevato come la mancanza delle annualità necessarie all’applicazione del test di operatività “non esclude a priori la possibilità di indagare la vitalità aziendale ricorrendo ad altri fattori”: su questa premessa, il successivo parere favorevole si è fondato su di un’attenta analisi del caso di specie, con la valorizzazione nel periodo antecedente la data di efficacia giuridica della fusione di elementi quali la linearità del progetto imprenditoriale perseguito e, Conto economico alla mano, la capacità di Alfa di realizzare “un valore aggiunto positivo”, sostenendo “un sufficiente importo dei costi del personale”, senza che vi fossero altresì elementi idonei a concludere per un qualche depauperamento della capacità produttiva.

In relazione, invece, al limite del patrimonio netto, l’Ufficio ha osservato come i conferimenti effettuati in sede di costituzione e i successivi suoi incrementi, imposti dalla legge per la copertura delle perdite, pena la trasformazione o la liquidazione della società, non potessero affatto considerarsi, proprio per la relativa genesi, strumentali al superamento del plafond in commento, concludendo così per l’impregiudicato diritto al riporto delle perdite ante consolidato.

Sale allo 0,8% il tasso di interesse legale dal 1° gennaio 2019

Sulla Gazzetta Ufficiale n. 291 di sabato 15 dicembre 2018, è stato pubblicato il decreto del Ministero dell’Economia e delle finanze 12 dicembre 2018, che modifica il tasso d’interesse legale di cui all’art. 1284 c.c. innalzandolo dall’attuale 0,3% allo 0,8% in ragione d’anno a partire dal 1° gennaio 2019.

La riduzione, come di consueto, determina una serie di conseguenze sul piano fiscale e contributivo.

L’effetto più importante riguarda il calcolo delle somme da pagare in seguito al ravvedimento operoso ex art. 13 del DLgs. 472/97.
In questo caso, infatti, il tasso legale da applicare è quello in vigore nei singoli periodi, secondo un criterio di pro rata temporis, ed è quindi pari allo 0,3% fino al 31 dicembre 2018 e allo 0,8% dal 1° gennaio 2019 fino al giorno di versamento compreso.

Ancora, la nuova misura del tasso legale rileva per il calcolo degli interessi, non determinati per iscritto, in relazione:
– ai capitali dati a mutuo (art. 45 comma 2 del TUIR);
– agli interessi che concorrono alla formazione del reddito d’impresa (art. 89 comma 5 del TUIR).
Sul fronte delle imposte indirette, un successivo decreto adeguerà al nuovo tasso i coefficienti per determinare il valore, ai fini delle imposte di registro, ipotecaria, catastale, di successione e donazione: delle rendite perpetue o a tempo indeterminato; delle rendite o pensioni a tempo determinato; delle rendite e delle pensioni vitalizie; dei diritti di usufrutto a vita.

Ai fini contributivi il tasso di interesse legale ha effetto, in particolare, sulle sanzioni civili previste per l’omesso o ritardato versamento di contributi previdenziali e assistenziali, ai sensi dell’art. 116 della L. n. 388/2000.

Effetto anche sul versante contributivo

Le sanzioni civili per omesso o ritardato versamento di contributi possono essere infatti ridotte fino alla misura del tasso di interesse legale, in caso di:
– oggettive incertezze dovute a contrastanti orientamenti giurisprudenziali o determinazioni amministrative sull’esistenza dell’obbligo contributivo;
– fatto doloso di terzi, denunciato all’autorità giudiziaria;
– crisi, riconversione o ristrutturazione aziendale di particolare rilevanza sociale ed economica in relazione alla situazione occupazionale locale ed alla situazione produttiva del settore;
– aziende agricole colpite da eventi eccezionali;
– aziende sottoposte a procedure concorsuali;
– enti non economici e di enti, fondazioni e associazioni non aventi fini di lucro.

Concordato in continuità, non va riversata l’Iva recuperata dal debitore

Nella procedura di concordato, ancorché in continuità, il debitore non deve riversare all’Erario l’Iva recuperata dal creditore; quindi, mentre il creditore emette nota di accredito con il segno “meno” nelle vendite, il debitore non deve registrarla con il segno “meno” negli acquisti.
Con la risposta all’interpello 113 pubblicata ieri, l’agenzia delle Entrate ha chiarito alcuni aspetti relativi all’emissione di note di variazione nell’ambito del concordato in continuità.
La norma di riferimento è il comma 2 dell’articolo 26 del Dpr 633/1972 il quale dispone che, nel caso in cui una operazione per la quale sia stata emessa fattura viene meno in tutto o in parte a seguito di procedure concorsuali o procedure esecutive rimaste infruttuose, il cedente del bene o prestatore del servizio ha diritto di emettere una nota di variazione e portare la relativa Iva in detrazione.
Dalla lettura della norma emerge che il presupposto per l’emissione della nota di variazione è l’infruttuosità della procedura; l’Agenzia, richiamando quanto già sostenuto con la risoluzione 77/E/2010, afferma che per accertare l’infruttuosità occorre aver riguardo sia della sentenza di omologazione divenuta definitiva ma anche del momento in cui il debitore concordatario adempie agli obblighi assunti in sede di concordato, ovvero al momento in cui viene portato a compimento il piano di riparto.
Nell’ambito del concordato le note variazione possono essere emesse senza limiti temporali, tuttavia il diritto alla detrazione può essere esercitato entro i termini dell’articolo 19 del decreto Iva.
Tale norma prevede, relativamente alle fatture emesse prima del 1° gennaio 2017, l’esercizio del diritto alla detrazione entro il termine di presentazione della dichiarazione del secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto; invece, relativamente alle fatture emesse successivamente alla predetta data, la detrazione può essere esercitata entro il termine di presentazione della dichiarazione dell’anno in cui il diritto è sorto.
La nota di variazione emessa successivamente a tali termini comunque non consente la detrazione dell’Iva. Con riferimento alle note emesse nei termini, si pone il problema se l’Iva debba essere versata dal debitore (che a suo tempo l’ha detratta) oppure no.
L’interpello prospetta una soluzione a favore del debitore assoggettato a procedura il quale mantiene il diritto alla detrazione dell’Iva conseguente all’operazione originaria.
Infatti, secondo l’Agenzia, in considerazione del fatto che la nota di variazione riguarda un debito inerente un’operazione effettuata anteriormente alla procedura concorsuale, esso subisce gli effetti estintivi propri del concordato; ne consegue che il debitore non deve registrare il documento né procedere alla rettifica dell’Iva detratta.
Una diversa conclusione infatti, si legge nell’interpello, sarebbe ingiustificata data la natura liberatoria della procedura.
Nella sostanza, quindi, l’Iva resta a carico dello Stato per la parte recuperata dal creditore.
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Alessandra Caputo
Gian Paolo Tosoni

Spa, l’assemblea non può imporre agli azionisti di ripianare il rosso

L’assemblea della società per azioni non può imporre agli azionisti l’obbligo di coprire le perdite sociali o effettuare finanziamenti per ripianare il bilancio in rosso. Lo afferma il Tribunale di Roma, Sezione specializzata in materia d’impresa (presidente Cardinali, relatore Buonocore), nella sentenza n. 13522 dello scorso 30 giugno.
La vicenda
Il processo scaturisce dall’impugnazione della delibera di una società per azioni, con cui si era stabilito che le perdite di bilancio, pari a 670mila euro al 31 dicembre 2014, fossero ripartite tra i soci, come previsto dai patti parasociali. La ricorrente, socia della Spa, ha chiesto una pronuncia di nullità dell’atto, sostenendo che l’assemblea non potesse obbligare i soci al versamento delle somme necessarie a ripianare le perdite di esercizio.
La decisione
Nell’accogliere la domanda, il Tribunale di Roma ricorda, innanzitutto, che la disciplina delle Spa «è ispirata al principio della “responsabilità limitata” dei soci», sui quali il rischio d’impresa grava «nei limiti della frazione di capitale sottoscritta e dei conferimenti eseguiti in sede di costituzione della società o, anche, in occasione di successive delibere di aumento del capitale».
Quindi – prosegue il giudice capitolino –, nel caso in cui la società abbia riportato perdite di esercizio che riducano il capitale al di sotto del minimo legale, gli organi sociali non possono «imporre ai singoli azionisti l’erogazione delle somme necessarie per la relativa copertura».
Infatti, per questa ipotesi l’articolo 2447 del Codice civile dispone che gli amministratori debbano convocare l’assemblea per deliberare la riduzione del capitale e il contemporaneo aumento a una cifra non inferiore al minimo stabilito dall’articolo 2327 del Codice civile.
Peraltro, anche dopo tale delibera, i soci hanno la facoltà «e non l’obbligo di sottoscrivere – in tutto o in parte – le azioni loro offerte in opzione»; così come possono decidere di erogare un finanziamento che comunque resta un atto «rimesso alla libera determinazione e al potere dell’interessato».
«Patti» fuori gioco
Né, per ripianare le perdite di esercizio, l’assemblea può imporre ai soci l’obbligo di effettuare versamenti in base al contenuto di patti parasociali con cui gli stessi soci si siano reciprocamente impegnati a fornire alla società i mezzi economici necessari per far fronte alle situazioni di crisi. Infatti, si tratta di accordi che producono effetti solo tra coloro che li hanno firmati, e che dunque «non sono opponibili alla società né possono essere da quest’ultima invocati». E, in caso di violazione di tali patti, si può parlare solo di «meri obblighi risarcitori» a carico del socio inadempiente e unicamente a favore «degli altri soci contraenti».
Così il Tribunale di Roma ha dichiarato invalida la delibera impugnata e ha condannato la Spa a rimborsare alla ricorrente le spese processuali.

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Antonino Porracciolo

Sanzioni sull’e-fattura a partire da settembre 2019

Nonostante le diffuse richieste di allargare la moratoria a tutto il 2019, il Governo sembra intenzionato ad eliminare le sanzioni connesse all’obbligo di fatturazione elettronica al massimo fino a settembre 2019. La conferma arriva dal Sottosegretario all’Economia, Massimo Bitonci, intervenuto ieri in Commissione Finanze del Senato, nel corso della discussione sugli emendamenti al decreto fiscale.

“Stiamo lavorando per vedere di arrivare fino a settembre per il sistema sanzionatorio”, ha spiegato Bitonci, ricordando come aveva già fatto il Ministro Tria (si veda “Per la e-fattura in arrivo modifiche ma niente proroga” del 21 novembre) che “non ci saranno proroghe” ma si proverà a “contemperare le esigenze di chi deve emettere la fattura e può essere in difficoltà”. L’idea del Governo è quella di introdurre l’adempimento “senza impatto distorsivo per cittadini e imprese”, molte delle quali, ha sottolineato l’esponente dell’Esecutivo, saranno comunque escluse dal nuovo obbligo: “Per almeno due milioni di partite IVA – ha concluso – non ci sarà l’obbligo di emettere la fattura elettronica”.

Sempre nella giornata di ieri, il Governo ha provato a rassicurare imprese e professionisti sulla sicurezza e la protezione dei dati contenuti nel documento digitale, messe in discussione dal recente parere del Garante della privacy (si veda “Stop del Garante Privacy alla fattura elettronica” del 17 novembre).

Rispondendo a un’interrogazione sul tema nel corso del Question time in Commissione Finanze della Camera, l’altro Sottosegretario al MEF, Alessio Villarosa, ha dato conto dell’avvio di un tavolo congiunto tra Agenzia delle Entrate e Garante, ricordando che “tutte le modalità disponibili per la ricezione e per il successivo inoltro delle fatture elettroniche e delle relative ricevute rispettano i più aggiornati protocolli di sicurezza, in termini di autenticazione del trasmittente, riservatezza e disponibilità”.

Tutti i dati, ha rimarcato Villarosa, “sono crittografati, e la consultazione sicura degli archivi informatici dell’Agenzia è garantita da misure che prevedono un sistema di profilazione, identificazione, autenticazione dei soggetti abilitati alla consultazione, di tracciatura degli accessi, con indicazione dei tempi e della tipologia delle operazioni svolte, nonché di conservazione di copie di sicurezza”.

Le stesse rassicurazioni sono arrivate anche da Assosoftware. In un comunicato stampa diffuso ieri, il Presidente Bonfiglio Mariotti ha spiegato che l’associazione ha “proposto alle aziende associate specifiche linee guida, condivise con gli uffici del Garante, in materia di privacy e GDPR”. Per questo, “le software house sono già compliant alle regole privacy indicate dall’Authority”.

Rassicurazioni anche da Assosoftware

Mariotti, inoltre, ha sottolineato che “il warning del Garante non riguarda la fattura elettronica B2B, cioè quella che avviene tra soggetti giuridici, fra le imprese, fra i soggetti IVA, ma esclusivamente l’ambito B2C (Business to consumer, ndr) e il trattamento dei dati delle persone fisiche”.

Le problematiche sollevate dal Garante “erano ben note” ad Assosoftware che, “da luglio 2017 ha istituito un presidio in tema di gestione dei dati personali, in ottemperanza alla normativa GDPR, costituendo un gruppo di lavoro che si occupa di data protection, con il compito di definire linee guida e best practice a favore delle aziende associate e dell’intero mercato”.

Questo “tavolo di lavoro permanente” ha prodotto un “documento costantemente aggiornato che raccoglie domande e risposte (FAQ) sul nuovo GDPR per aziende informatiche e offre indicazioni a tutti i produttori di software per affrontare correttamente l’adeguamento dei propri applicativi e per rispondere nel migliore dei modi alle richieste provenienti dai propri clienti”.

Grazie all’attività del gruppo di lavoro, le software house “hanno da tempo adeguato anche i processi di gestione della fatturazione elettronica e della conservazione sostitutiva secondo la nuova normativa Privacy, individuando specifici responsabili e attivando le misure tecnico organizzative necessarie”.

La sicurezza e la protezione dei dati, conclude il comunicato, è stata implementata anche con riferimento alle soluzioni cloud, “che sono state progettate e implementate by design secondo i più severi standard internazionali”.