Sapere e non fare non è ancora conoscere

Cit. Anonimo

Diario

Proroga dei versamenti al 22 luglio per i contribuenti che applicano gli ISA

Il termine per i versamenti delle imposte per i soggetti che applicano i nuovi ISA dovrebbe slittare dal 1° al 22 luglio. Dopo l’allarme lanciato dai commercialisti, che anche ieri hanno sottolineato “l’intollerabile ritardo” nel rilascio dei software per l’applicazione degli indici di affidabilità fiscale (che da quest’anno andranno a sostituire gli studi di settore), il Ministro dell’Economia, Giovanni Tria, avrebbe firmato in serata il DPCM che dispone la proroga di 20 giorni e trasmesso il decreto alla Presidenza del Consiglio, per la necessaria firma del Premier Conte.

Si tratta di un “cerotto”, hanno commentato a caldo Maurizio Postal e Gilberto Gelosa, Consiglieri del CNDCEC con delega alla fiscalità, comunque “non sufficiente”, considerato che, oltre ai software necessari per l’applicazione degli ISA, al momento risultano ancora indisponibili anche gli ulteriori dati che i contribuenti dovranno scaricare dal sito dell’Agenzia delle Entrate, indispensabili per il funzionamento di quei software.

Il nuovo strumento dovrà poi essere “spiegato ai contribuenti (la platea interessa è di circa 4 milioni di partite IVA, ndr), indicando vantaggi e svantaggi degli ISA, incluse premialità e modalità per migliorare il proprio profilo di affidabilità fiscale. Essendo tenuti a inserire una serie di nuovi dati, appare impossibile fare in pochi giorni questo lavoro, quando, verosimilmente, i software di cui denunciamo da settimane l’assenza sarebbero arrivati negli studi tra il 20 ed il 25 giugno”.

Per questo, con una lettera inviata un paio di settimane fa allo stesso Tria, il CNDCEC aveva chiesto di spostare al 30 settembre il pagamento delle imposte, adottando un provvedimento normativo ad hoc in grado di contemplare la proroga per le imposte sui redditi, IRAP e IVA, dato che “i nuovi ISA hanno riflessi sulle imposte ordinariamente dovute” e non solo su quelle “correlate al miglioramento del punteggio di affidabilità fiscale” (si veda “CNDCEC: «Al 30 settembre il pagamento delle imposte»” del 25 maggio).

Ieri, il rilancio, con la richiesta di rendere facoltativa l’applicazione degli ISA per l’anno in corso, contenuta in una lettera indirizzata al Premier Giuseppe Conte. “A due settimane di distanza dalla lettera inviata al Ministro Tria – si legge nella nuova missiva firmata da Massimo Miani, Presidente dei commercialisti – dobbiamo purtroppo registrare che nessun passo in avanti è stato fatto e si è ulteriormente aggravata l’ormai non più tollerabile situazione di incertezza a cui tutti i commercialisti sono costretti, per l’ennesima volta, a far fronte, in totale spregio delle più elementari regole di garanzia e di rispetto del lavoro dei professionisti, nonché dei fondamentali diritti sanciti dallo Statuto del Contribuente”.

A poco più di 20 giorni dalla scadenza del termine per il versamento a saldo delle imposte sui redditi, secondo il CNDCEC “si è andati ormai fuori tempo massimo”. Di conseguenza, si chiedeva “un intervento risolutore che ponga definitivamente i contribuenti e i professionisti che li assistono nelle condizioni di effettuare gli adempimenti fiscali e di svolgere il proprio lavoro con la dovuta serenità e diligenza professionale, senza essere costretti a estenuanti straordinari”.

La proroga di 20 giorni disposta con il DPCM firmato ieri da Tria non può essere considerata tale, ma quantomeno, hanno sottolineato i Consiglieri Postal e Gelosa, “fa piacere che non sia arrivata, per l’ennesima volta, all’ultimo minuto”.

L’offerta di chi subentra nel concordato non è sottoposta all’obbligo di gara

Il Tribunale di Forlì esclude la competizione: l’assuntore non è un soggetto terzo
Giurisprudenza divisa in assenza di una chiara disposizione normativa
Niente procedure competitive sulle offerte di terzi relative al trasferimento a loro favore, a titolo oneroso, dell’azienda o anche solo di singoli rami o di specifici beni (anche prima dell’omologazione del concordato), se tali offerte provengono da un soggetto che si sia proposto come assuntore del concordato, con la conseguenza che in questi casi non va applicato l’articolo 163-bis della legge fallimentare che prevede l’obbligo di gara.

Lo ha stabilito il Tribunale di Forlì, con un provvedimento molto interessante (decreto del 20 aprile 2019) in materia di concordato preventivo, secondo il quale chi si propone come assuntore subentra nella medesima posizione del debitore e per questo motivo non può neppure essere considerato “terzo”: l’obbligo di competizione non è quindi applicabile.

La normativa

La norma di riferimento è contenuta nell’articolo 163-bis della legge fallimentare (introdotto dal decreto legge 83/2015, il cosiddetto “decreto banche”), il quale prevede che le offerte aventi ad oggetto il trasferimento oneroso dell’azienda debbano essere sottoposte dal tribunale a procedure competitive, che consentano – come spiegava la relazione illustrativa del Dl 83/2015 – «di massimizzare la recovery dei creditori concordatari e di mettere a disposizione dei creditori concordatari una possibilità ulteriore rispetto a quella di accettare o rifiutare in blocco la proposta del debitore».

Ma cosa fare quando l’offerta provenga non da un soggetto qualsiasi, bensì da un soggetto che si sia proposto come assuntore del concordato? La norma fa riferimento genericamente all’ipotesi di offerte provenienti da terzi e non a casi relativi a proposte provenienti dall’assuntore del concordato.

La giurisprudenza

Non disciplinata dalla legge, la questione è stata tuttavia affrontata dalla giurisprudenza, con risultati diversi: secondo un primo orientamento (sostenuto dal Tribunale di Torino con decreto del 19 giugno 2018), l’obbligo della competizione riguarderebbe anche l’ipotesi di offerta proveniente da un soggetto che si proponga come assuntore, proprio perché l’articolo 163-bis non distingue tra un’ipotesi e l’altra; secondo un altro orientamento, sostenuto dai Tribunali di Monza (decreto del 31 ottobre 2018) e di Milano, (decreti del 15 giugno 2017 e del 13 dicembre 2018), l’ipotesi dell’offerta proveniente dall’assuntore sarebbe invece esclusa dall’ambito di applicabilità della norma, per via della sua specialità.

La pronuncia di Forlì

Il provvedimento del Tribunale di Forlì aderisce al secondo di tali orientamenti, facendone suoi gli argomenti; e va detto che si tratta di argomenti condivisibili.

Come sottolinea il Tribunale di Forlì, esiste infatti una «differenza ontologica tra la proposta di assunzione del concordato e le offerte concorrenti di cui all’articolo 163-bis», perché «il soggetto che assume il concordato subentra nella medesima posizione attiva ma anche in quella passiva della società in concordato, mentre chi acquista l’azienda, uno o più rami o specifici beni dietro un determinato corrispettivo, succede solo nei singoli rapporti legati e conseguenti al bene o ai beni acquistati».

Questo è il punto dirimente: secondo il Tribunale di Forlì (e secondo i Tribunali di Monza e di Milano, prima ancora) «la competizione prevista e disciplinata dall’articolo 163-bis della legge fallimentare e/o dall’articolo 182 della legge fallimentare, ispirata alla ratio e alla logica di cui all’articolo 107 della legge fallimentare, è solo quella che riguarda il trasferimento a titolo oneroso ad un soggetto di singoli e specifici beni».

E questa dunque è la ragione che dovrebbe indurre a ritenere inapplicabile l’articolo 163-bis della legge fallimentare all’offerta proveniente da un soggetto che si proponga come assuntore del concordato.

Il Dlgs 14/2019

Il provvedimento del Tribunale di Forlì è molto interessante anche perché è destinato a conservare il proprio valore di precedente anche dopo che la riforma della legge fallimentare contenuta nel Codice della crisi d’impresa sarà entrata in vigore a tutti gli effetti, perché sotto il profilo esaminato le nuove norme sono identiche a quelle attuali.

Vale a dire: anche le nuove norme prevedono l’obbligo di competizione tra offerte provenienti da terzi, senza fare riferimento all’ipotesi in cui l’offerta provenga da chi si proponga come assuntore. Da questo punto di vista, la riforma non risolve istituzionalmente il problema. Si tratta però di un problema sul quale la giurisprudenza sembrerebbe aver già fatto chiarezza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Niccolò Nisivoccia

Nulla la nomina del revisore che condivide lo studio con il sindaco

Il revisore legale di una società che fa parte del medesimo studio professionale di uno dei sindaci della stessa (al mero fine di condividere i costi) non può dirsi indipendente ex art. 10 del DLgs. 39/2010 e, quindi, la sua nomina è nulla e non ha diritto a percepire i relativi compensi. Ad affermarlo è la Cassazione, nell’ordinanza n. 14919, depositata ieri.

Nel caso di specie, il revisore legale di una spa in amministrazione straordinaria vedeva respinta la propria richiesta di insinuazione al passivo per i crediti derivanti dallo svolgimento del proprio incarico. Il giudice delegato fondava tale decisione sul legame esistente tra il revisore ed uno dei sindaci della società. Entrambi, infatti, facevano parte del medesimo studio professionale. Il rapporto era reputato tale da rendere inesistenti i requisiti di indipendenza ed obiettività richiesti al revisore dalla previsione imperativa dell’art. 10 del DLgs. 39/2010; ne conseguiva l’invalidità della nomina e, di riflesso, la mancanza di titolo per richiedere il pagamento dei relativi compensi.

Contro tale decisione il revisore legale ricorreva per Cassazione evidenziando, innanzitutto, come, ex art. 10 del DLgs. 39/2010, al revisore si imponga il requisito dell’indipendenza solo con riferimento alla società e non già rispetto ad un componente del Collegio sindacale. La norma non proibisce relazioni economiche con i sindaci della medesima società (tanto più, al mero fine di condividere i costi) e l’attività di revisione non ha ad oggetto quella dei sindaci (muovendosi su piani diversi, ma paralleli, essendo entrambe attività di controllo orientate verso il medesimo risultato di tutela dei terzi). Veniva eccepito, inoltre, il fatto che l’importo pattuito per la revisione legale non rappresentasse una percentuale elevata dei complessivi compensi professionali.

La Suprema Corte ritiene il ricorso infondato.
Per la salvaguardia dei requisiti di obiettività ed indipendenza di cui all’art. 10 del DLgs. 39/2010, nel concetto di “società” – che non può intrattenere con il revisore legale relazioni finanziarie, d’affari, di lavoro o di altro genere, dirette o indirette (anche aventi ad oggetto la prestazione di servizi diversi dalla revisione) – rientra anche l’organo societario del Collegio sindacale. Questo, infatti, fa parte della c.d. governance della società, concorrendo alla formazione delle sue decisioni, sia partecipando alle assemblee che ai CdA, sia svolgendo l’attività di vigilanza sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione e sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato e sul relativo corretto funzionamento. Ed anche sul bilancio – sul quale il revisore svolge un controllo “esterno” – il Collegio sindacale assolve ad una funzione “non certo irrilevante”, dovendo non solo riferire all’assemblea sui risultati dell’esercizio sociale, ma anche fare osservazioni e proposte in ordine al bilancio medesimo ed alla sua approvazione.

Dunque, anche se formalmente non possono esservi sovrapposizioni tra le due attività, i pur diversi ambiti operativi potrebbero comunque venire in stretta relazione e trovarsi in una situazione di interferenza. È indubbio, allora, che l’esistenza di un rapporto di natura patrimoniale, anche in senso lato, tra revisore e sindaco sia potenziale fonte di reciproci condizionamenti (tenuto conto anche del fatto che, in caso di mala gestio, i sindaci sono responsabili solidalmente con gli amministratori per i fatti o le omissioni di questi, qualora il danno non si sarebbe prodotto se essi avessero vigilato in conformità degli obblighi della loro carica).

D’altra parte, anche le modalità di nomina e revoca dei revisori legali sono tali per cui è necessario escludere, a priori, qualsiasi forma di condizionamento ed interessenza. L’art. 13 del DLgs. 39/2010, infatti, dispone che l’assemblea conferisce l’incarico di revisione legale su proposta motivata dell’organo di controllo (comma 1), il quale deve altresì essere sentito per la revoca dell’incarico quando ricorra una giusta causa di revoca del revisore (comma 3).

È stato recepito, inoltre, il principio comunitario (cfr. la Direttiva 43/2006/Ce) della cosiddetta indipendenza anche “in apparenza”, essendo necessario, ex art. 10 comma 2 del DLgs. 39/2010, che il revisore, oltre ad essere indipendente, appaia anche tale agli occhi di terzi informati, obiettivi e ragionevoli. Ciò, peraltro, senza accogliere il criterio che, nel valutare l’obiettività e l’indipendenza del revisore, attribuisce rilievo all’esistenza di una relazione d’affari tra quest’ultimo ed una società solo se tale relazione assuma un carattere di significatività o di rilevanza. Non si ritrova, infatti, alcun riferimento normativo a tali concetti con riguardo al rapporto d’affari tra società e revisore legale.

Deve, quindi, radicalmente escludersi che essi abbiano una qualsiasi rilevanza ai fini della valutazione dell’esistenza dei requisiti di obiettività ed indipendenza del revisore.
Ed allora, posto che, effettivamente, l’art. 10 del DLgs. 39/2010 è norma imperativa, o comunque di ordine pubblico economico, la relativa violazione determina la nullità dell’atto di nomina del revisore in questione ed il venir meno del suo diritto al compenso.

ISA … e adesso?

Gli indici sintetici di affidabilità (ISA) sono l’ennesimo strumento di compliance elaborato dall’Agenzia delle Entrate per consolidare la collaborazione tra i contribuenti e la Pubblica Amministrazione: studi di settore in soffitta e debutto degli ISA per far emergere nuova base imponibile, premiare i contribuenti “affidabili” e accrescere la cooperazione tra contribuenti e Fisco. Così doveva essere, ma così non è. Come da copione, gli indici sintetici di affidabilità fiscale assumono connotazioni di grande incertezza. Il software non è ancora disponibile a circa un mese dalla prima scadenza prevista per il pagamento delle imposte e il provvedimento n. 126200, emanato dall’Agenzia delle Entrate il 10.05.2019, introduce nuovi adempimenti ridondanti a carico degli intermediari, ormai afflitti dal susseguirsi senza soluzione di continuità dei mille invii telematici. Il tempo stringe e gli addetti ai lavori, per l’acquisizione massiva dei dati che consente di assegnare il voto di fedeltà fiscale, dovranno:
– chiedere delega al Cassetto Fiscale qualora non vi abbiano già provveduto;
– ricevere apposita delega (per dati ISA) dai propri assistiti;
– inviare un file all’Agenzia Entrate con la lista dei contribuenti assistiti fornendo elementi di riscontro contenuti nella dichiarazione IVA 2018 o in assenza, nel modello dei dati rilevanti ai fini della applicazione degli studi di settore 2018;
– conservare le deleghe cartacee per 10 anni;
– annotare giornalmente le deleghe acquisite in un apposito registro cronologico.
Solo terminato questo iter si potranno reperire le nuove informazioni che confluiranno nel modello ISA: non semplicemente dati contabili ed extracontabili a cui ci hanno abituato i buoni vecchi studi di settore, ma redditi degli ultimi 7 anni, dati INPS, coefficiente individuale per la stima del valore aggiunto, ecc.
Evidente quindi che imprese e professionisti dovranno prendere confidenza con un nuovo strumento in un periodo già affannoso per scadenze e ancora storditi dall’avvento della fatturazione elettronica, dell’esterometro, dei corrispettivi tematici, dei cambiamenti (immediati o meno) apportati dal codice della crisi e chi più ne ha più ne metta. Inevitabili e condivisibili sono pertanto le reazioni di AIDC (Associazione italiana dottori commercialisti) e UNGDCEC (Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili) che, con un comunicato congiunto del 21.05.2019, hanno richiesto a gran voce una proroga (che si gradirebbe non postuma rispetto alla scadenza) del pagamento delle imposte. Proroga che si ritiene inevitabile se non si vuole che il dettato contenuto all’art. 3, c. 2 dello Statuto del contribuente rimanga lettera morta (“in ogni caso, le disposizioni tributarie non possono prevedere adempimenti a carico dei contribuenti la cui scadenza sia fissata anteriormente al 60° giorno dalla data della loro entrata in vigore o dell’adozione dei provvedimenti di attuazione in esse espressamente previsti”).
Così, mentre in questi giorni diventa sempre più probabile lo spostamento della prima scadenza delle imposte al 20.07.2019 (ovviamente sempre nebulosa la platea dei contribuenti coinvolti), in tema di rinvii entra a gamba tesa anche il Consiglio Nazione dei commercialisti e degli esperti contabili con le richieste che il presidente ha inviato in due distinte lettere, rispettivamente al Ministro dell’Economia e delle Finanze e al Capo Divisione Servizi dell’Agenzia delle Entrate. Un differimento “sostanziale quello invocato dal Cndcec che dovrebbe concretizzarsi con “un intervento di natura normativa che disponga, con il necessario anticipo rispetto all’attuale scadenza, la proroga dei termini di versamento al 30.09.2019”.

Il MUSIL ha un nuovo Presidente.

Nuova Governance per il MUSIL, ma conferma del Collegio dei Revisori presieduto da Angelo Cisotto.

Con questo assetto il Museo dell’Industria bresciano appare proiettato verso l’apertura della Sede Centrale a completamento del percorso di già avviato con le Sedi di Cedegolo, San Bartolomeo e Rodengo Saiano.

Si tratta di una grande opportunità per tutta la comunità bresciana che pone la nostra città nel novero delle capitali della cultura industriale.

http://www.giornaledibrescia.it/foto-e-video/musil-saleri-nuovo-presidente-1.3355877

 

Privacy, al via i controlli: ecco le prime imprese interessate dal Piano ispettivo 2019

Privacy, al via i controlli dell’Autorità Garante e della Guardia di Finanza. Le imprese interessate dal Piano Ispettivo del primo semestre 2019 saranno quelle che trattano in maniera prevalente dati sensibili, come quelli bancari, sanitari e carte fedeltà.

Privacy, al via il Piano delle ispezioni per il primo semestre 2019 che vedranno collaborare l’Autorità Garante e la Guardia di Finanza nei controlli per la verifica del rispetto del GDPR.

È la Deliberazione del 14 febbraio 2019 del Garante per la Privacy a fornire i dettagli sui nuovi controlli che coinvolgeranno le imprese e, nello specifico, istituti di credito, sanità, sistema statistico nazionale (Sistan), Spid, telemarketing, carte di fedeltà, grandi banche dati pubbliche.

Sono questi i settori sui quali nei prossimi mesi punterà la sua lente il Garante per la protezione dei dati personali, secondo le indicazioni contenute nel piano ispettivo per il primo semestre 2019 approvato nelle scorse settimane.

Non solo: i soggetti verso i quali si concentreranno i primi controlli sulla privacy saranno tutti quelli che trattano dati sensibili con l’azione dell’Autorità, supportata dal Nucleo speciale privacy della Guardia di Finanza, finalizzata a verificare che siano rispettati i principi stabiliti dal GDPR in materia di protezione dei dati personali.

Privacy, al via i controlli: ecco le prime imprese interessate dal Piano ispettivo 2019

Ad annunciare la partenza dei controlli sul rispetto della nuova normativa sulla privacy è la notizia pubblicata dall’Autorità Garante il 25 marzo 2019 sul proprio portale istituzionale, che riassume i contenuti della Deliberazione del 14 febbraio scorso.

Istituti di credito, sanità, sistema statistico nazionale (Sistan), Spid, telemarketing, carte di fedeltà, grandi banche dati pubbliche saranno i settori coinvolti nel Piano ispettivo del primo semestre 2019.

A bussare alla porta delle imprese e degli enti che trattano in maniera preponderante dati sensibili saranno gli esperti del Nucleo investigativo della Guardia di Finanza. I controlli riguarderanno in primo luogo:

  • i trattamenti effettuati dall’ISTAT, per una verifica preliminare sul SIM (Sistema Integrato di Microdati) e altri sistemi informativi statistici come da parere sul programma statistico nazionale del 20 ottobre 2015;
  • trattamenti di dati personali effettuati per il rilascio dell’identità federata (SPID);
  • trattamenti di dati personali effettuati da Istituti bancari, con particolare riferimento ai flussi di cui all’anagrafe dei conti;
  • trattamenti di dati personali effettuati da società per attività di marketing;
  • trattamenti di dati personali effettuati da Enti pubblici, con riferimento a banche dati di notevoli dimensioni;
  • trattamenti di dati personali effettuati da società con particolare riferimento all’attività di profilazione degli interessati che aderiscono a carte di fidelizzazione.

I controlli deliberati dal Piano ispettivo valido fino al mese di giugno 2019 si concentreranno anche sull’adozione delle misure di sicurezza da parte di pubbliche amministrazioni e di imprese che trattano dati sensibili.

Privacy, controlli sulla correttezza del trattamento dati da parte delle imprese

Nell’attività di verifica particolare attenzione verrà posta ai profili sostanziali relativi al trattamento dei dati e agli effetti sugli interessati.

L’attività del Garante Privacy e della Guardia di Finanza si concentrerà sia su imprese private che su soggetti pubblici, con particolare attenzione sul rispetto delle norme in materia di informativa e consenso e sulla durata della conservazione dei dati.

L’attività ispettiva, spiega il Garante, verrà svolta anche in riferimento a segnalazioni e reclami con particolare attenzione alle violazioni più gravi.

Si intensifica sempre di più l’attenzione dell’Autorità Garante per la tutela dei diritti di utenti e consumatori e a fare da cornice alla notizia che annuncia i nuovi controlli nei confronti delle imprese vi sono i dati relativi al bilancio del 2018.

Controlli privacy, +116% di sanzioni riscosse

Nel corso del 2018 sono state adottate 175 ordinanze-ingiunzione, con un incremento delle sanzioni comminate e delle somme riscosse pari ad un totale di 8.161.806 euro, a fronte dei 3.776.694 euro registrati nel 2017 (con una variazione positiva del +116% ).

Convegno 22 marzo – Società tra Avvocati

Il 22 marzo p.v. si svolgerà a Milano un importante convegno organizzato dalla Giuffrè Francis Lefebvre dedicato alle Società tra Avvocati. In particolare si parlerà di forme societarie, caratteristiche, vantaggi delle società multi-professionali e dei profili fiscali più rilevanti.

L’articolo 4-bis della l. 247/2012, infatti, ha riscritto la disciplina dell’esercizio in forma societaria della professione forense che potrà essere organizzata anche con soci di capitale e professionisti non avvocati e ha introdotto la possibilità per la società di svolgere legittimamente attività professionali diverse da quelle legali. Dagli interventi legislativi arrivano un impulso al cambiamento organizzativo, all’aumento dimensionale degli operatori legali nonché stimoli a valorizzare sinergie con soggetti diversi, anche esterni al mondo delle professioni, per una maggiore efficienza e produttività delle “imprese legali”. Il corso offre, grazie alla partecipazione degli esperti selezionati, una consapevole valutazione delle opportunità di svolgere in forma societaria l’attività forense; una chiara analisi dei profili legali e fiscali; risposte ai quesiti relativi al rapporto tra socio avvocato e altri soci non avvocati, alla governance, alle deroghe al diritto comune, alla presenza di professionisti iscritti in altri albi professionali, ai limiti e ai vantaggi che derivano dalla costituzione di una società tra avvocati.

I Docenti saranno il Dott. Angelo Busani – Notaio in Milano (Studio dei notai A. Busani – G. Ridella – G.Mannella – A. Stellatelli – l. Campanile) – il Dott. Riccardo Bovino – Avvocato in Milano e Partner dello Studio Legale Grimaldi – e il Dott. Angelo Cisotto, Dottore Commercialista e Revisore legale dei conti in Brescia, dello Studio Ergon di Angelo Cisotto.

Locandina Convegno

Bilancio e Nota integrativa qualificano correttamente i finanziamenti soci

In assenza dei verbali assembleari, bilancio e Nota integrativa assumono la medesima forza probatoria

Il deposito di ieri, da parte della Cassazione, dell’ordinanza n. 6104 permette di analizzare la tematica della valenza probatoria, nel processo tributario, del bilancio societario.

Sulla possibilità in capo all’Agenzia delle Entrate di rettificare il bilancio di esercizio di una società di capitali, contestando i criteri di redazione utilizzati per far emergere la sussistenza di un debito tributario evaso o l’insussistenza di un credito domandato a rimborso, la giurisprudenza ha già avuto modo di esprimersi in senso favorevole (Cass. 24 agosto 2018 n. 21106, C.T. Prov. Brescia 4 aprile 2018 n. 190/5/18).

La vicenda analizzata dalla pronuncia in commento riguardava un avviso di accertamento relativo a IRPEG e IRAP per presunto maggior reddito di impresa. La srl accertata aveva qualificato le somme riprese a tassazione, in sede di bilancio e di nota integrativa, a titolo di finanziamento dei soci (art. 2467 c.c. ). Di diverso avviso l’Agenzia delle Entrate, che aveva ritenuto le somme contributi per i soci e dunque, sopravvenienza attiva tassabile ai sensi dell’art. 88 del TUIR: da qui la ripresa a tassazione.

Con il primo motivo di ricorso l’Agenzia lamenta l’erroneità della pronuncia di appello laddove questa, pur avendo dato atto della mancanza dei verbali assembleari aventi ad oggetto i pretesi finanziamenti dei soci, avrebbe poi omesso di trarne le dovute conseguenze in tema di tassabilità dei relativi importi, ritenendo ad essi equipollenti il bilancio e la nota integrativa, i quali, invece, costituirebbero mere dichiarazioni di scienza cui non sarebbe possibile attribuire alcun valore probatorio.

I giudici di legittimità, per valutare la scelta effettuata dalla società, constatano che, in materia di finanziamento soci, l’art. 2467 c.c. detta una regola di interpretazione (quella per cui sono finanziamenti le erogazioni effettuate dal socio in un momento di squilibrio patrimoniale della società) e una regola di giudizio (quella per cui i soci finanziatori sono postergati ai creditori estranei alla società nella restituzione di quanto erogato).

In assenza di una norma di riferimento che detti una forma legale imposta per detti finanziamenti, prosegue la Cassazione, per valutare la corretta qualificazione della natura di una erogazione di denaro dal socio alla società, è necessario applicare i criteri generali valevoli per il diritto societario e, quindi, osservare le risultanze del relativo bilancio.

Decisive le regole civilistiche

Depongono, in tal senso, alcune considerazioni di carattere generale.
In primo luogo, si constata che il bilancio di esercizio è proprio il documento contabile fondamentale che la società è obbligata a redigere per dar conto dell’attività svolta nel relativo esercizio sociale.

Secondariamente, gli amministratori, nel redigere il bilancio, si assumono la responsabilità della qualificazione che attribuiscono alle relative poste.
Pertanto il bilancio, stante il rilievo anche pubblicistico che assume con la pubblicazione nel registro delle imprese, è il documento principale da cui dover partire per qualificare la natura di un’entrata patrimoniale per la società.

Viene, quindi, ritenuta priva di rilevanza, per i fini che qui interessano, la mancanza dei verbali assembleari di finanziamento, posto che la rilevanza del relativo vizio è prevalentemente endosocietaria, riguardando, in prima battuta, i rapporti tra soci e società.

A conferma di ciò, ancora una volta, soccorrono le regole civilistiche, in base alle quali l’eventuale vizio genetico dell’operazione endosocietaria, ivi compresa l’inesistenza del verbale assembleare, può essere sanata dai soci ex post attraverso la redazione di un verbale assembleare che tenga luogo di quello omesso entro l’esercizio successivo (art. 2379-bis c.c. applicabile in base al rinvio dell’art. 2479-ter c.c. ).

In ogni caso, proseguono i giudici di Piazza Cavour, l’invalidità in qualunque modo declinata della deliberazione assembleare autorizzativa del finanziamento è sanata dall’avvenuta approvazione, da parte dei medesimi soci, del bilancio che di tale finanziamento tenga conto.

Alla luce di tali rilievi, la Cassazione conclude affermando che la mancanza dei verbali assembleari aventi ad oggetto i finanziamenti ai soci non è da considerarsi elemento decisivo per la corretta qualificazione di tali somme  in quanto, in soccorso, possono essere valutati quali elementi decisivi le risultanze del bilancio e della Nota integrativa, che assumono un valore probatorio analogo.

Copyright 2019 © EUTEKNE SpA – riproduzione riservata

La nuova crisi d’impresa su Iusletter. In pillole

Inauguriamo oggi su Iusletter la rubrica “La nuova crisi d’impresa su Iusletter. In pillole”,  a cura di Luciana Cipolla, Partner dello Studio e Responsabile del Team Concorsuale. Tutti i lunedì approfondiremo e analizzeremo le principali novità introdotte dal Codice. Partiamo con le linee guida della riforma.

Prima pillola: Le linee guida della riforma

La nuova disciplina costituisce una vera rivoluzione per il nostro ordinamento nella misura in cui rende residuale quello che, solo per i prossimi 18 mesi, chiameremo ancora “fallimento” per lasciare maggior spazio a strumenti alternativi di risoluzione della crisi, ritenuti più efficienti.

Tale rivoluzione parte proprio da un tema, innanzitutto, lessicale: non si utilizzeranno più i termini “fallito” e “fallimento” ma i termini “debitore” e “liquidazione giudiziale”, seguendo un modello debtor oriented più conforme agli ordinamenti europei (tra cui quelli di Francia, Germania e Spagna). La eliminazione di tali termini, a cui storicamente si accompagna una valenza negativa, dovrebbe indurre l’imprenditore ad avere meno remore nel far emergere tempestivamente lo stato di crisi dell’impresa.

In questa prospettiva viene creata una vera e propria fase di allerta che dovrebbe consentire una pronta emersione della crisi: si tratta di uno strumento stragiudiziale attivabile (i) dal debitore; (ii) d’ufficio dal Tribunale su segnalazione dei sindaci, dei revisori contabili o anche da creditori pubblici qualificati, quali l’Agenzia delle Entrate.

Al fine di consentire una tempestiva emersione dello stato di crisi, l’imprenditore collettivo dovrà adottare un assetto organizzativo adeguato, ai fini della tempestiva rilevazione dello stato di crisi e dell’assunzione di idonee iniziative, mentre all’imprenditore individuale viene chiesto di adottare misure idonee a rilevare tempestivamente lo stato di crisi.

Lo scopo è sia quello di evitare che il ritardo nel percepire i segnali di crisi di un’impresa possa poi portare ad uno stato di crisi irreversibile sia quello di incentivare il raggiungimento di un accordo tra l’imprenditore e i suoi creditori.

L’obiettivo principale della riforma consiste proprio nel voler consentire alle imprese sane ma in difficoltà finanziaria di ristrutturarsi in una fase precoce, per evitare l’insolvenza e consentire così la prosecuzione dell’attività.

A questo scopo sono stati individuati degli strumenti di allerta tra cui gli indicatori della crisi costituiti dagli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario, rapportati alle specifiche caratteristiche dell’impresa e dell’attività svolta dal debitore, tenendo conto della data di costituzione e di inizio dell’attività, rilevabili attraverso appositi indici che diano evidenza della sostenibilità dei debiti per, almeno, i 6 mesi successivi e delle prospettive di continuità aziendale per l’esercizio in corso.

In questa fase l’imprenditore in crisi verrà assistito dall’OCRI (Organismo di Composizione della Crisi d’Impresa) che verrà istituito presso ciascuna Camera di Commercio con il compito di ricevere le segnalazioni, gestire le procedure di allerta e assistere l’imprenditore nel procedimento di allerta.

Misure premiali sono riconosciute all’imprenditore che presenti all’OCRI istanza tempestiva di accesso alla composizione della crisi e che ne abbia seguito in buona fede le indicazioni.

La procedura avrà una durata di sei mesi all’esito della quale, ove non si sia raggiunto l’accordo e risulti lo stato di crisi dell’impresa, l’OCRI dovrà effettuare una segnalazione al P.M. perché questi promuova il procedimento giudiziale per accertare lo stato di insolvenza e per l’apertura della procedura liquidatoria.

L’intervento del P.M. e l’accertamento dello stato di insolvenza non pregiudicano la possibilità per l’imprenditore di ricorrere a strumenti alternativi di risoluzione della crisi quali il concordato preventivo, i piani di risanamento e gli accordi di ristrutturazione.

La procedura fallimentare verrà sostituita da una procedura denominata “liquidazione giudiziale dei beni”, nell’ambito della quale viene rafforzato il ruolo del curatore e vengono ispirate a criteri di maggior efficienza le attività di accertamento del passivo e liquidazione dell’attivo.

Anche il concordato preventivo è stato oggetto di un profondo intervento riformatore, sia per quanto riguarda quello in continuità aziendale, nel quale viene data piena cittadinanza alla continuità indiretta, che quello liquidatorio. Fermo ogni ulteriore approfondimento nelle prossime puntate della nostra Rubrica, vale la pena sottolineare come la valutazione della fattibilità economica del concordato rientrerà nella sfera del Tribunale e verrà sottratta, invece, ai creditori ritenuti, evidentemente, incapaci o comunque inadeguati nel valutare tale presupposto.

La domanda di concordato in continuità dovrà prevedere il superamento della situazione di crisi o dell’insolvenza mediante la prosecuzione (diretta o indiretta) dell’attività aziendale, sulla base di un adeguato piano che consenta di salvaguardare il valore dell’impresa e, tendenzialmente, i livelli occupazionali, con il soddisfacimento dei creditori.

La proposta liquidatoria verrà invece ammessa solo se essa si avvalga di risorse poste a disposizione dai terzi che aumentino in modo significativo le prospettive di soddisfacimento per i creditori.

Sempre in ambito concordatario vale la pena segnalare che, in un’ottica di contenimento dei costi delle procedure di soluzione negoziale della crisi, il nuovo codice pone un limite pari al 75% al riconoscimento della prededuzione al compenso dei professionisti che assistono il debitore nella presentazione della domanda di concordato preventivo e dell’accordo di ristrutturazione dei debiti.

Per quanto riguarda le operazioni di voto, è stata soppressa l’adunanza dei creditori che è stata sostituita con l’espressione del voto attraverso modalità telematiche, vale a dire attraverso la posta elettronica certificata inviata al commissario giudiziale oppure attraverso strutture informatiche messe a disposizione dal Ministero della Giustizia.

Tra le altre novità che, oggi, segnaliamo a volo d’uccello, ricordiamo la nuova collocazione delle procedure di sovraindebitamento il cui accesso sarà semplificato con espressa apertura ai membri della famiglia dell’imprenditore e possibilità di accesso anche a chi non ha alcuna utilità da offrire ai creditori.

Interessante è poi la nuova disciplina della esdebitazione (che consiste nella liberazione dai debiti e nell’inesigibilità da parte dei debitori dei crediti rimasti insoddisfatti nell’ambito di una procedura concorsuale che prevede la liquidazione dei beni) a cui potrà ricorrere il debitore una volta che siano decorsi tre anni dall’apertura della procedura di liquidazione giudiziale ovvero una volta che siano decorsi due anni se il debitore ha tempestivamente proposto istanza di composizione assistita della crisi.

Viene introdotta una esdebitazione di diritto per le insolvenze di minore portata: l’accesso al beneficio non richiede un apposito provvedimento del giudice, fatte salve le eventuali opposizioni da parte dei creditori. Per le insolvenze di maggior portata il debitore dovrà invece depositare una domanda ad hoc una volta decorsi i termini di cui sopra.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Contratto preliminare dal notaio per gli immobili in costruzione

Il Dlgs 14/2019 prevede l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata
L’imperatività della norma indica che i contratti in forma diversa sono nulli
Nuove regole per le compravendite di “immobili da costruire”, vale a dire i contratti aventi a oggetto il trasferimento di edifici (o loro porzioni) per la cui costruzione sia stato richiesto il permesso di costruire e che siano ancora da edificare oppure la cui costruzione «non risulti essere stata ultimata versando in stadio tale da non consentire ancora il rilascio del certificato di agibilità».
Infatti, il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, recato dal decreto legislativo 12 gennaio 2019, n. 14, comporta alcune importanti innovazioni in questo delicato ambito, disciplinato dal Dlgs 20 giugno 2005, n. 122 il quale viene appunto modificato dal Codice della crisi d’impresa (articoli 389-391)
Queste nuove norme divengono applicabili (articolo 5, comma 1-ter, Dlgs 122/05) ai contratti aventi a oggetto “immobili da costruire” per i quali il relativo titolo abilitativo edilizio sia stato richiesto o presentato successivamente al 16 marzo 2019 (vale a dire il trentesimo giorno successivo a quello di pubblicazione in Gazzetta ufficiale del Codice sulla crisi d’impresa che infatti è stata effettuata il 14 febbraio 2019: articolo 389, comma 1).
È stato anzitutto modificato l’articolo 6 del Dlgs 122/05, il quale ora dispone che il contratto preliminare «ed ogni altro contratto che … sia comunque diretto al successivo acquisto in capo a una persona fisica della proprietà» di un immobile da costruire «devono essere stipulati per atto pubblico o per scrittura privata autenticata». L’innovazione apportata dalla norma consiste nel fatto che la legge attualmente vigente consente di stipulare questi contratti anche nella forma della scrittura privata non autenticata.
La legge non reca un’espressa sanzione per la violazione di questa prescrizione formale: si devono applicare, pertanto, le previsioni “generali”: vale a dire (dato che l’imperatività della norma è fuori discussione, in quanto il legislatore ricorre al verbo «devono») l’articolo 1418, comma 1 del Codice civile, per il quale è nullo il contratto contrario a norme imperative, e gli articoli 1325, n. 4), 1350, n. 13) e 1418, comma 2, del Codice civile, per i quali sono nulli gli atti stipulati in una forma diversa da quella prescritta dalla legge. La nullità in questione è “assoluta”: è insanabile (articolo 1423 del Codice civile), l’azione è imprescrittibile (articolo 1422 del Codice civile), può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice (articolo 1421 del Codice civile). La prescrizione di forma in commento, per il “principio di simmetria delle forme” che vige nel nostro ordinamento, comporta che per atto pubblico o scrittura privata, a pena di nullità, debbano essere redatte anche la proposta e l’accettazione finalizzate alla stipula dei contratti in questione (e la modulistica delle agenzie va fuorilegge) nonché la procura che sia rilasciata in vista di essi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Angelo Busani

Primo test per la detrazione dell’IVA sulle e-fatture obbligatorie

Possibile la «retro-imputazione» dell’imposta sulle fatture ricevute e annotate entro il 15 del mese

Il soggetto passivo che abbia ricevuto e annotato, entro il 15 febbraio, fatture relative a operazioni effettuate nel mese precedente, potrà esercitare il diritto alla detrazione con riferimento alla liquidazione periodica del mese di gennaio. Si tratta di una delle novità contenute nel DL 119/2018, che hanno modificato l’art. 1 comma 1 del DPR 100/98.

Considerato che fra il momento di effettuazione dell’operazione, la data di trasmissione della fattura elettronica e la ricezione della stessa da parte del destinatario possono trascorrere diversi giorni, la misura legislativa che consente di traslare la detrazione al mese di effettuazione dell’operazione si sta rivelando quanto mai opportuna.
A fronte della riduzione delle sanzioni per la tardiva trasmissione del documento, il soggetto passivo che abbia operato, ad esempio, una cessione di beni nel mese di gennaio 2019, potrà inviare la e-fattura al Sistema di Interscambio entro il 18 febbraio (essendo il 16 e il 17 festivi) senza vedere applicate le sanzioni per omessa fatturazione previste dall’art. 6 del DLgs. 471/97. Ciò comporta inevitabilmente il fatto che il cliente non necessariamente avrà la certezza di ricevere il documento entro i primi 15 giorni del mese successivo.

Al fine di potere esercitare il diritto alla detrazione, come precisato dalla circolare Agenzia delle Entrate 17 gennaio 2018 n. 1, conformemente ai principi stabiliti dalla direttiva 2006/112/CE, occorre la coesistenza del presupposto sostanziale dell’effettuazione dell’operazione e di quello, formale, del “possesso di una valida fattura d’acquisto”.
Nel processo di fatturazione elettronica, il documento si intende ricevuto dal cessionario o committente se è stato correttamente recapitato al suo indirizzo telematico o se, in caso di impossibilità di consegna, il soggetto passivo ne ha preso visione accedendo al portale “Fatture e Corrispettivi”. Solo in tale momento vi sarà la sussistenza dei presupposti, sostanziale e formale, che consentono l’esercizio della detrazione.

Queste disposizioni vanno, inoltre, coordinate con le novità in tema di annotazione degli acquisti, conseguenti alle modifiche dell’art. 25 del DPR 633/72. L’art. 13 del DL 119/2018 ha, infatti, previsto l’abolizione dell’obbligo di protocollazione delle fatture di acquisto. Tale adempimento, come si legge nella relazione illustrativa al decreto, “risulta automaticamente assolto per le fatture elettroniche inviate tramite SdI”.
Potrebbe quindi accadere che siano ricevute e automaticamente “protocollate” dal Sistema, ad esempio, l’11 febbraio 2019, fatture emesse dal cedente/prestatore il 7 febbraio e, in data successiva, documenti relativi al mese precedente.
In tale circostanza sarà comunque possibile, avvalendosi delle funzionalità consentite dalla propria software house, annotare la e-fattura ricevuta l’11 del mese, esercitando la detrazione nel mese di febbraio e registrare, il 12 febbraio, la fattura ricevuta in pari data, facendo confluire la relativa imposta detraibile nella liquidazione riferita al mese di gennaio.

Possibile regolarizzare l’erronea detrazione

Può peraltro accadere che il cessionario, pur non essendo in possesso della fattura elettronica e disponendo soltanto della copia cartacea della stessa (non valida ai fini fiscali), proceda comunque, erroneamente, ad annotare il documento e detrarre la relativa imposta nel mese di gennaio.
In tal caso l’Agenzia delle Entrate, in una delle FAQ pubblicate il 27 novembre 2018 sul proprio portale, ha precisato che, nel caso in cui la suddetta fattura venga ricevuta entro il termine per la liquidazione periodica di riferimento, non sarebbe applicata la sanzione per l’indebita detrazione. Diversamente, se il documento non fosse ricevuto tramite il Sistema di Interscambio entro tale liquidazione, risulterà applicabile la sanzione, in quanto il cessionario/committente “ha detratto l’IVA in assenza di una fattura regolare”.

Queste indicazioni risultavano presenti nella già citata relazione illustrativa al DL 119/2018. In tale circostanza, infatti, veniva precisato che il cessionario o committente che avesse detratto l’imposta in assenza di una fattura elettronica sarebbe stato “indenne dalle sanzioni” nel caso in cui il documento fosse stato emesso entro i termini della propria liquidazione periodica.

Convegno : Le Società di capitali tra avvocati – Strumenti e temi aperti nelle recenti esperienze

Lo scorso 16 gennaio si è svolto un importante convegno organizzato dall’Associazione Nazionale Forense . All’evento, che si è svolto a Verona presso la sala del Banco BPM , hanno partecipato oltre cento Avvocati.

Fra i Relatori il ns. Dott. Angelo Cisotto che ha coadiuvato il Dott. Angelo Busani – Notaio in Milano – e il Dott. Riccardo Bovino – Avvocato in Milano e Partner dello Studio Legale Grimaldi – delineando le implicazioni tributarie della costituzione e della gestione delle Società fra Avvocati nelle diverse forme.

L’intervento del Dott. Cisotto è stato seguito da un interessante dibattito coi numerosi partecipanti. 

Allegato 1 –  Relatori

Allegato 2 – Partecipanti

Allegato 3 – Locandina