Sapere e non fare non è ancora conoscere

Cit. Anonimo

Diario

Covid-19: la responsabilità penale delle imprese alla luce delle nuove misure sulle attività produttive

di Avv. Andrea Puccio, fondatore dello studio Puccio Penalisti Associati.

Come noto, al fine di contenere e contrastare l’emergenza sanitaria legata alla diffusione del virus Covid-19, il Governo italiano, nella giornata di venerdì 10 aprile u.s., ha emanato un nuovo provvedimento d’urgenza, in vigore dal 14 aprile u.s., che ha ulteriormente limitato la libertà di circolazione delle persone e prolungato la sospensione delle attività produttive e commerciali.

Le novità normative

Il DPCM del 10 aprile 2020, in un’ottica di razionalizzazione delle misure di contenimento, annulla e sostituisce le previsioni dei precedenti provvedimenti (tra cui, in particolare, il DPCM del 22 marzo 2020 e s.m.i.), estendendo – sebbene in maniera non significativa – le attività produttive industriali e commerciali non oggetto di sospensione e fornendo chiarimenti rispetto ad alcuni dei dubbi emersi nelle scorse settimane.

Il provvedimento, in continuità con i precedenti interventi normativi, consente, previa comunicazione al Prefetto della Provincia competente, la prosecuzione delle seguenti attività e servizi:

– le attività funzionali ad assicurare la continuità delle filiere delle attività di cui all’allegato 3, nonché le filiere delle attività dell’industria dell’aerospazio, della difesa e delle altre attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, autorizzate alla continuazione, e dei servizi di pubblica utilità e dei servizi essenziali;

– le attività che erogano servizi di pubblica utilità e servizi essenziali;

– le attività di produzione, trasporto, commercializzazione e consegna di farmaci, tecnologia sanitaria e dispositivi medico-chirurgici nonché di prodotti agricoli e alimentari, nonché ogni attività funzionale a fronteggiare l’emergenza;

– le attività degli impianti a ciclo produttivo continuo, dalla cui interruzione derivi un grave pregiudizio all’impianto stesso o un pericolo di incidenti.

– le attività dell’industria dell’aerospazio e della difesa, incluse le lavorazioni, gli impianti, i materiali, i servizi e le infrastrutture essenziali per la sicurezza nazionale e il soccorso pubblico.

Con riferimento a quest’ultima attività, dunque, sarà sufficiente inviare una comunicazione al Prefetto per proseguire le attività produttive, e non più attendere una specifica autorizzazione.

Inoltre, per le attività sospese – ferma restando la possibilità di proseguire se organizzate in modalità a distanza o lavoro agile – è consentito, previa comunicazione al Prefetto:

• l’accesso ai locali aziendali di personale dipendente o di terzi delegati per lo svolgimento di attività di vigilanza, conservative e di manutenzione, gestione dei pagamenti, pulizia e sanificazione;

• la spedizione verso terzi di merci giacenti in magazzino, nonché la ricezione in magazzino, da parte di terzi, di beni e forniture.

Sulla base di quanto precisato all’interno della circolare del 14 aprile 2020, diramata dal Ministero dell’Interno alle Prefetture in data odierna, le comunicazioni inviate in base all’art. 1 del DPCM 22 marzo 2020, così come le richieste già oggetto di autorizzazione ai sensi del comma 1, lett. h), del citato articolo, conservano la loro efficacia e non debbono essere rinnovate.

Quali sanzioni in caso di violazione delle misure restrittive da parte delle Società?

In caso di violazione delle restrizioni imposte alle attività produttive, all’ente sarà applicata una sanzione amministrativa compresa tra 400 e 3000 euro, nonché la sanzione accessoria della chiusura dell’esercizio o dell’attività da 5 a 30 giorni, così come previsto dall’art. 4 D.L. 19/2020.

Occorre, tuttavia, segnalare che la norma in questione, attraverso la clausola di sussidiarietà in essa prevista, ammette, comunque, la possibilità che la violazione commessa, in caso di rilevanza penale, sia punita ai sensi di legge secondo la fattispecie di reato di volta in volta integrata.

Pertanto, a titolo esemplificativo, in caso di invio alla Prefettura di una comunicazione mendace, in quanto basata su informazioni non vere in merito alle attività da svolgere per assicurare la continuità della filiera produttiva, ovvero alle società beneficiare o, ancora, circa le ragioni che legittimano la prosecuzione degli impianti a ciclo continuo, potrà trovare applicazione la fattispecie di falso di cui all’art. 483 c.p.

A tal fine, è indispensabile che le comunicazioni inviate alla Prefettura siano supportate, ove possibile, dalle richieste di fornitura dei clienti e dai relativi ordini di acquisto/contratti, al fine di provare la correttezza della comunicazione medesima e l’effettiva attinenza del servizio alle attività non oggetto di sospensione.

L’importanza di porre in essere condotte scrupolose è rafforzata dalla stretta dei controlli attuata in questi giorni dal Ministero dell’Interno, che – attraverso la sopra citata circolare – ha suggerito di demandare al personale del Corpo della Guardia di Finanza “lo svolgimento di specifici controlli e riscontri – a mezzo di disamine documentali, tramite le banche dati in uso e, ove necessario, rilevamenti presso le sedi aziendali – circa la veridicità del contenuto delle comunicazioni prodotte dalle aziende, avuto riguardo all’inclusione nelle categorie autorizzate ovvero all’esistenza della relazione economico-commerciale tra le attività d’impresa appartenenti alle varie filiere consentite”.

Le condotte di imprese e datori di lavoro potranno, poi, assumere rilevanza penale anche con riguardo alla disciplina della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Infatti, in caso di contagio avvenuto nel contesto lavorativo, il datore di lavoro potrà rispondere, in aggiunta ad eventuali violazioni del Testo Unico Sicurezza, anche del reato di lesioni colpose o omicidio colposo qualora, ad esempio, non abbia attuato il protocollo anti-contagio, o le misure implementate siano state ritenute inadeguate per la salvaguardia dei propri lavoratori.

Stante la sollecitazione del Ministero dell’Interno, che, con la citata circolare, ha invitato le Prefetture ad attivare i competenti servizi delle Aziende Sanitarie Locali e le articolazioni territoriali dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, “ai fini del controllo sulle modalità di attuazione, da parte dei datori di lavoro, delle procedure organizzative e gestionali oggetto del Protocollo Governo-parti sociali del 14 marzo 2020, e, più in generale, sull’osservanza delle precauzioni dettate per la messa in sicurezza dei luoghi di lavoro e la sussistenza di adeguati livelli di protezione dei lavoratori”, è indispensabile che tutte le società oggi operative si attivino prontamente al fine di garantire adeguati standard di sicurezza.

Anche le Società potranno non essere indenni da responsabilità. Infatti, qualora sia provato che l’evento lesivo (morte o lesioni) si sia verificato nell’interesse o a vantaggio dell’ente medesimo, sarà possibile elevare una contestazione ai sensi del D.lgs. 231/2001. A titolo esemplificativo, i requisiti in parola ricorreranno qualora la società abbia:

– proseguito l’attività, anche se non ricompresa in quelle indicate nel DPCM del 10 aprile 2020;

– garantito alti livelli produttivi in spregio alle norme di sicurezza anti-contagio, quali ad esempio quelle in tema di distanziamento interpersonale;

– perseguito politiche di contenimento dei costi, omettendo l’acquisto dei necessari dispositivi di protezione individuale.

In questo caso, potrebbero applicarsi alle società sia sanzioni pecuniarie, di importo variabile fino a più di un milione di euro, che sanzioni interdittive.

A tal fine, è indispensabile attuare un monitoraggio costante in ordine alla tenuta del Modello Organizzativo adottato dalle Società e garantire un coordinamento continuo con l’Organismo di Vigilanza, cartina di tornasole dell’efficacia del Modello.

Emergenza Covid-19_Dalle scelte urgenti alla strategia otto mosse da attuare in azienda

Oltre al check sul bilancio la gestione del personale e della cassa è prioritaria Servono piani flessibili dai contratti al business model per gestire il «dopo»

L’impatto del coronavirus coinvolge tutti gli aspetti della vita delle imprese italiane. È una sfida improvvisa ed epocale, che va affrontata – per salvaguardare l’esistenza stessa dell’azienda – con un piano complessivo. Un piano che parte dalla gestione dell’emergenza ma coinvolge variabili strategiche. Proviamo qui a rappresentare un “quadro di controllo” delle diverse variabili da considerare.

Le scelte urgenti

  1. Lavoro. Chi prosegue l’attività deve dotarsi di tutte le misure di precauzione per i lavoratori, tenendo conto delle norme sulla sicurezza. Devono essere organizzate e gestite le forme di smart working con particolare attenzione anche al tema della sicurezza dei dati. Per le attività sospese andrà valutato il ricorso a cassa integrazione o alla scelta di utilizzare ferie e permessi avendo riguardo al diverso consumo di cassa, al livello probabile di saturazione della produzione alla probabile ripresa, salvaguardando in ogni caso le esigenze dei lavoratori.
  2. Contratti in essere. Bisogna valutare i contratti attivi e passivi (commerciali, locazione, appalti, ecc.) pesando i possibili effetti dell’emergenza. Vanno prese in considerazione le ipotesi di sopravvenuta impossibilità o eccessiva onerosità, con eventuali richieste di rimodulazione dei corrispettivi.
  3. Bilancio. Sia pure nei maggiori tempi concessi dal Dl 18/2020 occorre chiudere i bilanci 2019, fornendo anche le prime indicazioni sull’impatto del coronavirus nel 2020. Attenzione prioritaria all’esistenza della continuità aziendale. Le perdite stimate ad oggi devono essere recuperabili o comunque non devono intaccare il capitale sociale minimo per legge, altrimenti occorre tempestivamente deliberare i rimedi previsti dalle norme.
  4. Finanza. Occorre verificare le disponibilità di cassa, il credito disponibile e il fabbisogno a breve, valutando la possibilità di fare ricorso a forme finanziarie agevolate (Dl 18/2020) o di attivare richieste di moratoria alle banche.

La ripartenza

  1. Ordini e nuovi contratti. È necessario valutare le scorte presenti in magazzino, così da pianificare la situazione di approvvigionamento necessario per la produzione. L’attività, per i gruppi strutturati, potrebbe ripartire anche in stabilimenti/Paesi diversi. Di pari passo si dovrà considerare e confermare il portafoglio ordini dei clienti.

Occorre inoltre un check sulle forniture di servizi per il trasporto e la consegna di materie prime e prodotti finiti.

  1. Budget e finanza. Vanno rielaborati i budget previsionali, che probabilmente non saranno univoci: ci saranno piani diversificati a seconda delle ipotesi sulla durata dell’emergenza e sulla ripresa dell’attività. Fondamentale valutare il fabbisogno finanziario necessario alla ripresa e le modalità per reperire le risorse necessarie.

Valutazioni strategiche

  1. Produzione e investimenti. In un’ottica di profondo riesame della propria posizione, in taluni casi si potranno inserire anche valutazioni strategiche sulla riconversione o riorganizzazione della produzione e/o del business model di riferimento, sviluppando i relativi piani di finanza straordinaria. Anche i business plan strategici a medio periodo vanno ripensati, rivedendo il piano degli investimenti programmato alla luce del nuovo scenario.

Bisognerà lavorare con elasticità: difficilmente, a breve, ci sarà chiarezza su come sarà il mondo dopo il coronavirus.

  1. Operazioni straordinarie. La rivoluzione della pandemia potrà anche innescare nuove aggregazioni e/o acquisizioni. Subito dopo la crisi del 2008 si verificò un rallentamento di queste operazioni, con la prevalenza di operazioni di natura industriale rispetto a quelle di matrice finanziaria (soprattutto acquisizioni da parte di compratori industriali forti che trovarono interessanti occasioni in aziende in temporanea difficoltà).

Questa dinamica potrebbe essere ragionevole anche nell’attuale situazione: sarà importante, soprattutto per le Pmi, sviluppare una visione complessiva e strategica che eviti loro di diventare “prede” nel prossimo futuro.

Un importante ruolo potrebbero avere anche nuove norme che stimolino l’aggregazione tra imprese anche rafforzando il beneficio fiscale già in vigore (ad esempio consentendo una deduzione accelerata di marchi ed avviamenti, riducendo i vincoli e permettendo la trasformazione in credito d’imposta con immediata fruizione dal punto di vista finanziario).

Informativa Coronavirus

La Fondazione Comunità Bresciana Onlus sta raccogliendo donazioni finalizzate ad aiutare gli Ospedali a procurarsi i mezzi per assistere i malati gravi di Coronavirus.
Donare è semplice e permette di fruire della detraibilità fiscale. basta un semplice bonifico sul conto corrente di Fondazione Comunita Bresciana Onlus (senza accento) IBAN IT76Z031111123000000001390 con causale AIUTIAMOBRESCIA (senza hastag).
Se si vuole mantenere l’anonimato rispetto alla pubblicazione che avverrà sul Giornale di Brescia, bisogna aggiungere: ANONIMO.
Non importa quanto si dona, ma dobbiamo partecipare, fare il gesto di tendere la mano verso chi oggi la chiede non per sè, ma per aiutare chi soffre. Il coraggio aumenta nella condivisione e la condivisione, oggi da noi, in questo momento di necessario isolamento, è possibile solo attraverso i gesti di solidarietà. La nostra città è sempre stata un esempio per tutti e ci ha resi orgogliosi di appartenervi. Abbiamo il dovere di difenderla e onorarla.

Proroga dei versamenti al 22 luglio per i contribuenti che applicano gli ISA

Il termine per i versamenti delle imposte per i soggetti che applicano i nuovi ISA dovrebbe slittare dal 1° al 22 luglio. Dopo l’allarme lanciato dai commercialisti, che anche ieri hanno sottolineato “l’intollerabile ritardo” nel rilascio dei software per l’applicazione degli indici di affidabilità fiscale (che da quest’anno andranno a sostituire gli studi di settore), il Ministro dell’Economia, Giovanni Tria, avrebbe firmato in serata il DPCM che dispone la proroga di 20 giorni e trasmesso il decreto alla Presidenza del Consiglio, per la necessaria firma del Premier Conte.

Si tratta di un “cerotto”, hanno commentato a caldo Maurizio Postal e Gilberto Gelosa, Consiglieri del CNDCEC con delega alla fiscalità, comunque “non sufficiente”, considerato che, oltre ai software necessari per l’applicazione degli ISA, al momento risultano ancora indisponibili anche gli ulteriori dati che i contribuenti dovranno scaricare dal sito dell’Agenzia delle Entrate, indispensabili per il funzionamento di quei software.

Il nuovo strumento dovrà poi essere “spiegato ai contribuenti (la platea interessa è di circa 4 milioni di partite IVA, ndr), indicando vantaggi e svantaggi degli ISA, incluse premialità e modalità per migliorare il proprio profilo di affidabilità fiscale. Essendo tenuti a inserire una serie di nuovi dati, appare impossibile fare in pochi giorni questo lavoro, quando, verosimilmente, i software di cui denunciamo da settimane l’assenza sarebbero arrivati negli studi tra il 20 ed il 25 giugno”.

Per questo, con una lettera inviata un paio di settimane fa allo stesso Tria, il CNDCEC aveva chiesto di spostare al 30 settembre il pagamento delle imposte, adottando un provvedimento normativo ad hoc in grado di contemplare la proroga per le imposte sui redditi, IRAP e IVA, dato che “i nuovi ISA hanno riflessi sulle imposte ordinariamente dovute” e non solo su quelle “correlate al miglioramento del punteggio di affidabilità fiscale” (si veda “CNDCEC: «Al 30 settembre il pagamento delle imposte»” del 25 maggio).

Ieri, il rilancio, con la richiesta di rendere facoltativa l’applicazione degli ISA per l’anno in corso, contenuta in una lettera indirizzata al Premier Giuseppe Conte. “A due settimane di distanza dalla lettera inviata al Ministro Tria – si legge nella nuova missiva firmata da Massimo Miani, Presidente dei commercialisti – dobbiamo purtroppo registrare che nessun passo in avanti è stato fatto e si è ulteriormente aggravata l’ormai non più tollerabile situazione di incertezza a cui tutti i commercialisti sono costretti, per l’ennesima volta, a far fronte, in totale spregio delle più elementari regole di garanzia e di rispetto del lavoro dei professionisti, nonché dei fondamentali diritti sanciti dallo Statuto del Contribuente”.

A poco più di 20 giorni dalla scadenza del termine per il versamento a saldo delle imposte sui redditi, secondo il CNDCEC “si è andati ormai fuori tempo massimo”. Di conseguenza, si chiedeva “un intervento risolutore che ponga definitivamente i contribuenti e i professionisti che li assistono nelle condizioni di effettuare gli adempimenti fiscali e di svolgere il proprio lavoro con la dovuta serenità e diligenza professionale, senza essere costretti a estenuanti straordinari”.

La proroga di 20 giorni disposta con il DPCM firmato ieri da Tria non può essere considerata tale, ma quantomeno, hanno sottolineato i Consiglieri Postal e Gelosa, “fa piacere che non sia arrivata, per l’ennesima volta, all’ultimo minuto”.

L’offerta di chi subentra nel concordato non è sottoposta all’obbligo di gara

Il Tribunale di Forlì esclude la competizione: l’assuntore non è un soggetto terzo
Giurisprudenza divisa in assenza di una chiara disposizione normativa
Niente procedure competitive sulle offerte di terzi relative al trasferimento a loro favore, a titolo oneroso, dell’azienda o anche solo di singoli rami o di specifici beni (anche prima dell’omologazione del concordato), se tali offerte provengono da un soggetto che si sia proposto come assuntore del concordato, con la conseguenza che in questi casi non va applicato l’articolo 163-bis della legge fallimentare che prevede l’obbligo di gara.

Lo ha stabilito il Tribunale di Forlì, con un provvedimento molto interessante (decreto del 20 aprile 2019) in materia di concordato preventivo, secondo il quale chi si propone come assuntore subentra nella medesima posizione del debitore e per questo motivo non può neppure essere considerato “terzo”: l’obbligo di competizione non è quindi applicabile.

La normativa

La norma di riferimento è contenuta nell’articolo 163-bis della legge fallimentare (introdotto dal decreto legge 83/2015, il cosiddetto “decreto banche”), il quale prevede che le offerte aventi ad oggetto il trasferimento oneroso dell’azienda debbano essere sottoposte dal tribunale a procedure competitive, che consentano – come spiegava la relazione illustrativa del Dl 83/2015 – «di massimizzare la recovery dei creditori concordatari e di mettere a disposizione dei creditori concordatari una possibilità ulteriore rispetto a quella di accettare o rifiutare in blocco la proposta del debitore».

Ma cosa fare quando l’offerta provenga non da un soggetto qualsiasi, bensì da un soggetto che si sia proposto come assuntore del concordato? La norma fa riferimento genericamente all’ipotesi di offerte provenienti da terzi e non a casi relativi a proposte provenienti dall’assuntore del concordato.

La giurisprudenza

Non disciplinata dalla legge, la questione è stata tuttavia affrontata dalla giurisprudenza, con risultati diversi: secondo un primo orientamento (sostenuto dal Tribunale di Torino con decreto del 19 giugno 2018), l’obbligo della competizione riguarderebbe anche l’ipotesi di offerta proveniente da un soggetto che si proponga come assuntore, proprio perché l’articolo 163-bis non distingue tra un’ipotesi e l’altra; secondo un altro orientamento, sostenuto dai Tribunali di Monza (decreto del 31 ottobre 2018) e di Milano, (decreti del 15 giugno 2017 e del 13 dicembre 2018), l’ipotesi dell’offerta proveniente dall’assuntore sarebbe invece esclusa dall’ambito di applicabilità della norma, per via della sua specialità.

La pronuncia di Forlì

Il provvedimento del Tribunale di Forlì aderisce al secondo di tali orientamenti, facendone suoi gli argomenti; e va detto che si tratta di argomenti condivisibili.

Come sottolinea il Tribunale di Forlì, esiste infatti una «differenza ontologica tra la proposta di assunzione del concordato e le offerte concorrenti di cui all’articolo 163-bis», perché «il soggetto che assume il concordato subentra nella medesima posizione attiva ma anche in quella passiva della società in concordato, mentre chi acquista l’azienda, uno o più rami o specifici beni dietro un determinato corrispettivo, succede solo nei singoli rapporti legati e conseguenti al bene o ai beni acquistati».

Questo è il punto dirimente: secondo il Tribunale di Forlì (e secondo i Tribunali di Monza e di Milano, prima ancora) «la competizione prevista e disciplinata dall’articolo 163-bis della legge fallimentare e/o dall’articolo 182 della legge fallimentare, ispirata alla ratio e alla logica di cui all’articolo 107 della legge fallimentare, è solo quella che riguarda il trasferimento a titolo oneroso ad un soggetto di singoli e specifici beni».

E questa dunque è la ragione che dovrebbe indurre a ritenere inapplicabile l’articolo 163-bis della legge fallimentare all’offerta proveniente da un soggetto che si proponga come assuntore del concordato.

Il Dlgs 14/2019

Il provvedimento del Tribunale di Forlì è molto interessante anche perché è destinato a conservare il proprio valore di precedente anche dopo che la riforma della legge fallimentare contenuta nel Codice della crisi d’impresa sarà entrata in vigore a tutti gli effetti, perché sotto il profilo esaminato le nuove norme sono identiche a quelle attuali.

Vale a dire: anche le nuove norme prevedono l’obbligo di competizione tra offerte provenienti da terzi, senza fare riferimento all’ipotesi in cui l’offerta provenga da chi si proponga come assuntore. Da questo punto di vista, la riforma non risolve istituzionalmente il problema. Si tratta però di un problema sul quale la giurisprudenza sembrerebbe aver già fatto chiarezza.

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Niccolò Nisivoccia

Nulla la nomina del revisore che condivide lo studio con il sindaco

Il revisore legale di una società che fa parte del medesimo studio professionale di uno dei sindaci della stessa (al mero fine di condividere i costi) non può dirsi indipendente ex art. 10 del DLgs. 39/2010 e, quindi, la sua nomina è nulla e non ha diritto a percepire i relativi compensi. Ad affermarlo è la Cassazione, nell’ordinanza n. 14919, depositata ieri.

Nel caso di specie, il revisore legale di una spa in amministrazione straordinaria vedeva respinta la propria richiesta di insinuazione al passivo per i crediti derivanti dallo svolgimento del proprio incarico. Il giudice delegato fondava tale decisione sul legame esistente tra il revisore ed uno dei sindaci della società. Entrambi, infatti, facevano parte del medesimo studio professionale. Il rapporto era reputato tale da rendere inesistenti i requisiti di indipendenza ed obiettività richiesti al revisore dalla previsione imperativa dell’art. 10 del DLgs. 39/2010; ne conseguiva l’invalidità della nomina e, di riflesso, la mancanza di titolo per richiedere il pagamento dei relativi compensi.

Contro tale decisione il revisore legale ricorreva per Cassazione evidenziando, innanzitutto, come, ex art. 10 del DLgs. 39/2010, al revisore si imponga il requisito dell’indipendenza solo con riferimento alla società e non già rispetto ad un componente del Collegio sindacale. La norma non proibisce relazioni economiche con i sindaci della medesima società (tanto più, al mero fine di condividere i costi) e l’attività di revisione non ha ad oggetto quella dei sindaci (muovendosi su piani diversi, ma paralleli, essendo entrambe attività di controllo orientate verso il medesimo risultato di tutela dei terzi). Veniva eccepito, inoltre, il fatto che l’importo pattuito per la revisione legale non rappresentasse una percentuale elevata dei complessivi compensi professionali.

La Suprema Corte ritiene il ricorso infondato.
Per la salvaguardia dei requisiti di obiettività ed indipendenza di cui all’art. 10 del DLgs. 39/2010, nel concetto di “società” – che non può intrattenere con il revisore legale relazioni finanziarie, d’affari, di lavoro o di altro genere, dirette o indirette (anche aventi ad oggetto la prestazione di servizi diversi dalla revisione) – rientra anche l’organo societario del Collegio sindacale. Questo, infatti, fa parte della c.d. governance della società, concorrendo alla formazione delle sue decisioni, sia partecipando alle assemblee che ai CdA, sia svolgendo l’attività di vigilanza sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione e sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato e sul relativo corretto funzionamento. Ed anche sul bilancio – sul quale il revisore svolge un controllo “esterno” – il Collegio sindacale assolve ad una funzione “non certo irrilevante”, dovendo non solo riferire all’assemblea sui risultati dell’esercizio sociale, ma anche fare osservazioni e proposte in ordine al bilancio medesimo ed alla sua approvazione.

Dunque, anche se formalmente non possono esservi sovrapposizioni tra le due attività, i pur diversi ambiti operativi potrebbero comunque venire in stretta relazione e trovarsi in una situazione di interferenza. È indubbio, allora, che l’esistenza di un rapporto di natura patrimoniale, anche in senso lato, tra revisore e sindaco sia potenziale fonte di reciproci condizionamenti (tenuto conto anche del fatto che, in caso di mala gestio, i sindaci sono responsabili solidalmente con gli amministratori per i fatti o le omissioni di questi, qualora il danno non si sarebbe prodotto se essi avessero vigilato in conformità degli obblighi della loro carica).

D’altra parte, anche le modalità di nomina e revoca dei revisori legali sono tali per cui è necessario escludere, a priori, qualsiasi forma di condizionamento ed interessenza. L’art. 13 del DLgs. 39/2010, infatti, dispone che l’assemblea conferisce l’incarico di revisione legale su proposta motivata dell’organo di controllo (comma 1), il quale deve altresì essere sentito per la revoca dell’incarico quando ricorra una giusta causa di revoca del revisore (comma 3).

È stato recepito, inoltre, il principio comunitario (cfr. la Direttiva 43/2006/Ce) della cosiddetta indipendenza anche “in apparenza”, essendo necessario, ex art. 10 comma 2 del DLgs. 39/2010, che il revisore, oltre ad essere indipendente, appaia anche tale agli occhi di terzi informati, obiettivi e ragionevoli. Ciò, peraltro, senza accogliere il criterio che, nel valutare l’obiettività e l’indipendenza del revisore, attribuisce rilievo all’esistenza di una relazione d’affari tra quest’ultimo ed una società solo se tale relazione assuma un carattere di significatività o di rilevanza. Non si ritrova, infatti, alcun riferimento normativo a tali concetti con riguardo al rapporto d’affari tra società e revisore legale.

Deve, quindi, radicalmente escludersi che essi abbiano una qualsiasi rilevanza ai fini della valutazione dell’esistenza dei requisiti di obiettività ed indipendenza del revisore.
Ed allora, posto che, effettivamente, l’art. 10 del DLgs. 39/2010 è norma imperativa, o comunque di ordine pubblico economico, la relativa violazione determina la nullità dell’atto di nomina del revisore in questione ed il venir meno del suo diritto al compenso.

ISA … e adesso?

Gli indici sintetici di affidabilità (ISA) sono l’ennesimo strumento di compliance elaborato dall’Agenzia delle Entrate per consolidare la collaborazione tra i contribuenti e la Pubblica Amministrazione: studi di settore in soffitta e debutto degli ISA per far emergere nuova base imponibile, premiare i contribuenti “affidabili” e accrescere la cooperazione tra contribuenti e Fisco. Così doveva essere, ma così non è. Come da copione, gli indici sintetici di affidabilità fiscale assumono connotazioni di grande incertezza. Il software non è ancora disponibile a circa un mese dalla prima scadenza prevista per il pagamento delle imposte e il provvedimento n. 126200, emanato dall’Agenzia delle Entrate il 10.05.2019, introduce nuovi adempimenti ridondanti a carico degli intermediari, ormai afflitti dal susseguirsi senza soluzione di continuità dei mille invii telematici. Il tempo stringe e gli addetti ai lavori, per l’acquisizione massiva dei dati che consente di assegnare il voto di fedeltà fiscale, dovranno:
– chiedere delega al Cassetto Fiscale qualora non vi abbiano già provveduto;
– ricevere apposita delega (per dati ISA) dai propri assistiti;
– inviare un file all’Agenzia Entrate con la lista dei contribuenti assistiti fornendo elementi di riscontro contenuti nella dichiarazione IVA 2018 o in assenza, nel modello dei dati rilevanti ai fini della applicazione degli studi di settore 2018;
– conservare le deleghe cartacee per 10 anni;
– annotare giornalmente le deleghe acquisite in un apposito registro cronologico.
Solo terminato questo iter si potranno reperire le nuove informazioni che confluiranno nel modello ISA: non semplicemente dati contabili ed extracontabili a cui ci hanno abituato i buoni vecchi studi di settore, ma redditi degli ultimi 7 anni, dati INPS, coefficiente individuale per la stima del valore aggiunto, ecc.
Evidente quindi che imprese e professionisti dovranno prendere confidenza con un nuovo strumento in un periodo già affannoso per scadenze e ancora storditi dall’avvento della fatturazione elettronica, dell’esterometro, dei corrispettivi tematici, dei cambiamenti (immediati o meno) apportati dal codice della crisi e chi più ne ha più ne metta. Inevitabili e condivisibili sono pertanto le reazioni di AIDC (Associazione italiana dottori commercialisti) e UNGDCEC (Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili) che, con un comunicato congiunto del 21.05.2019, hanno richiesto a gran voce una proroga (che si gradirebbe non postuma rispetto alla scadenza) del pagamento delle imposte. Proroga che si ritiene inevitabile se non si vuole che il dettato contenuto all’art. 3, c. 2 dello Statuto del contribuente rimanga lettera morta (“in ogni caso, le disposizioni tributarie non possono prevedere adempimenti a carico dei contribuenti la cui scadenza sia fissata anteriormente al 60° giorno dalla data della loro entrata in vigore o dell’adozione dei provvedimenti di attuazione in esse espressamente previsti”).
Così, mentre in questi giorni diventa sempre più probabile lo spostamento della prima scadenza delle imposte al 20.07.2019 (ovviamente sempre nebulosa la platea dei contribuenti coinvolti), in tema di rinvii entra a gamba tesa anche il Consiglio Nazione dei commercialisti e degli esperti contabili con le richieste che il presidente ha inviato in due distinte lettere, rispettivamente al Ministro dell’Economia e delle Finanze e al Capo Divisione Servizi dell’Agenzia delle Entrate. Un differimento “sostanziale quello invocato dal Cndcec che dovrebbe concretizzarsi con “un intervento di natura normativa che disponga, con il necessario anticipo rispetto all’attuale scadenza, la proroga dei termini di versamento al 30.09.2019”.

Il MUSIL ha un nuovo Presidente.

Nuova Governance per il MUSIL, ma conferma del Collegio dei Revisori presieduto da Angelo Cisotto.

Con questo assetto il Museo dell’Industria bresciano appare proiettato verso l’apertura della Sede Centrale a completamento del percorso di già avviato con le Sedi di Cedegolo, San Bartolomeo e Rodengo Saiano.

Si tratta di una grande opportunità per tutta la comunità bresciana che pone la nostra città nel novero delle capitali della cultura industriale.

http://www.giornaledibrescia.it/foto-e-video/musil-saleri-nuovo-presidente-1.3355877

 

Privacy, al via i controlli: ecco le prime imprese interessate dal Piano ispettivo 2019

Privacy, al via i controlli dell’Autorità Garante e della Guardia di Finanza. Le imprese interessate dal Piano Ispettivo del primo semestre 2019 saranno quelle che trattano in maniera prevalente dati sensibili, come quelli bancari, sanitari e carte fedeltà.

Privacy, al via il Piano delle ispezioni per il primo semestre 2019 che vedranno collaborare l’Autorità Garante e la Guardia di Finanza nei controlli per la verifica del rispetto del GDPR.

È la Deliberazione del 14 febbraio 2019 del Garante per la Privacy a fornire i dettagli sui nuovi controlli che coinvolgeranno le imprese e, nello specifico, istituti di credito, sanità, sistema statistico nazionale (Sistan), Spid, telemarketing, carte di fedeltà, grandi banche dati pubbliche.

Sono questi i settori sui quali nei prossimi mesi punterà la sua lente il Garante per la protezione dei dati personali, secondo le indicazioni contenute nel piano ispettivo per il primo semestre 2019 approvato nelle scorse settimane.

Non solo: i soggetti verso i quali si concentreranno i primi controlli sulla privacy saranno tutti quelli che trattano dati sensibili con l’azione dell’Autorità, supportata dal Nucleo speciale privacy della Guardia di Finanza, finalizzata a verificare che siano rispettati i principi stabiliti dal GDPR in materia di protezione dei dati personali.

Privacy, al via i controlli: ecco le prime imprese interessate dal Piano ispettivo 2019

Ad annunciare la partenza dei controlli sul rispetto della nuova normativa sulla privacy è la notizia pubblicata dall’Autorità Garante il 25 marzo 2019 sul proprio portale istituzionale, che riassume i contenuti della Deliberazione del 14 febbraio scorso.

Istituti di credito, sanità, sistema statistico nazionale (Sistan), Spid, telemarketing, carte di fedeltà, grandi banche dati pubbliche saranno i settori coinvolti nel Piano ispettivo del primo semestre 2019.

A bussare alla porta delle imprese e degli enti che trattano in maniera preponderante dati sensibili saranno gli esperti del Nucleo investigativo della Guardia di Finanza. I controlli riguarderanno in primo luogo:

  • i trattamenti effettuati dall’ISTAT, per una verifica preliminare sul SIM (Sistema Integrato di Microdati) e altri sistemi informativi statistici come da parere sul programma statistico nazionale del 20 ottobre 2015;
  • trattamenti di dati personali effettuati per il rilascio dell’identità federata (SPID);
  • trattamenti di dati personali effettuati da Istituti bancari, con particolare riferimento ai flussi di cui all’anagrafe dei conti;
  • trattamenti di dati personali effettuati da società per attività di marketing;
  • trattamenti di dati personali effettuati da Enti pubblici, con riferimento a banche dati di notevoli dimensioni;
  • trattamenti di dati personali effettuati da società con particolare riferimento all’attività di profilazione degli interessati che aderiscono a carte di fidelizzazione.

I controlli deliberati dal Piano ispettivo valido fino al mese di giugno 2019 si concentreranno anche sull’adozione delle misure di sicurezza da parte di pubbliche amministrazioni e di imprese che trattano dati sensibili.

Privacy, controlli sulla correttezza del trattamento dati da parte delle imprese

Nell’attività di verifica particolare attenzione verrà posta ai profili sostanziali relativi al trattamento dei dati e agli effetti sugli interessati.

L’attività del Garante Privacy e della Guardia di Finanza si concentrerà sia su imprese private che su soggetti pubblici, con particolare attenzione sul rispetto delle norme in materia di informativa e consenso e sulla durata della conservazione dei dati.

L’attività ispettiva, spiega il Garante, verrà svolta anche in riferimento a segnalazioni e reclami con particolare attenzione alle violazioni più gravi.

Si intensifica sempre di più l’attenzione dell’Autorità Garante per la tutela dei diritti di utenti e consumatori e a fare da cornice alla notizia che annuncia i nuovi controlli nei confronti delle imprese vi sono i dati relativi al bilancio del 2018.

Controlli privacy, +116% di sanzioni riscosse

Nel corso del 2018 sono state adottate 175 ordinanze-ingiunzione, con un incremento delle sanzioni comminate e delle somme riscosse pari ad un totale di 8.161.806 euro, a fronte dei 3.776.694 euro registrati nel 2017 (con una variazione positiva del +116% ).

Convegno 22 marzo – Società tra Avvocati

Il 22 marzo p.v. si svolgerà a Milano un importante convegno organizzato dalla Giuffrè Francis Lefebvre dedicato alle Società tra Avvocati. In particolare si parlerà di forme societarie, caratteristiche, vantaggi delle società multi-professionali e dei profili fiscali più rilevanti.

L’articolo 4-bis della l. 247/2012, infatti, ha riscritto la disciplina dell’esercizio in forma societaria della professione forense che potrà essere organizzata anche con soci di capitale e professionisti non avvocati e ha introdotto la possibilità per la società di svolgere legittimamente attività professionali diverse da quelle legali. Dagli interventi legislativi arrivano un impulso al cambiamento organizzativo, all’aumento dimensionale degli operatori legali nonché stimoli a valorizzare sinergie con soggetti diversi, anche esterni al mondo delle professioni, per una maggiore efficienza e produttività delle “imprese legali”. Il corso offre, grazie alla partecipazione degli esperti selezionati, una consapevole valutazione delle opportunità di svolgere in forma societaria l’attività forense; una chiara analisi dei profili legali e fiscali; risposte ai quesiti relativi al rapporto tra socio avvocato e altri soci non avvocati, alla governance, alle deroghe al diritto comune, alla presenza di professionisti iscritti in altri albi professionali, ai limiti e ai vantaggi che derivano dalla costituzione di una società tra avvocati.

I Docenti saranno il Dott. Angelo Busani – Notaio in Milano (Studio dei notai A. Busani – G. Ridella – G.Mannella – A. Stellatelli – l. Campanile) – il Dott. Riccardo Bovino – Avvocato in Milano e Partner dello Studio Legale Grimaldi – e il Dott. Angelo Cisotto, Dottore Commercialista e Revisore legale dei conti in Brescia, dello Studio Ergon di Angelo Cisotto.

Locandina Convegno

Bilancio e Nota integrativa qualificano correttamente i finanziamenti soci

In assenza dei verbali assembleari, bilancio e Nota integrativa assumono la medesima forza probatoria

Il deposito di ieri, da parte della Cassazione, dell’ordinanza n. 6104 permette di analizzare la tematica della valenza probatoria, nel processo tributario, del bilancio societario.

Sulla possibilità in capo all’Agenzia delle Entrate di rettificare il bilancio di esercizio di una società di capitali, contestando i criteri di redazione utilizzati per far emergere la sussistenza di un debito tributario evaso o l’insussistenza di un credito domandato a rimborso, la giurisprudenza ha già avuto modo di esprimersi in senso favorevole (Cass. 24 agosto 2018 n. 21106, C.T. Prov. Brescia 4 aprile 2018 n. 190/5/18).

La vicenda analizzata dalla pronuncia in commento riguardava un avviso di accertamento relativo a IRPEG e IRAP per presunto maggior reddito di impresa. La srl accertata aveva qualificato le somme riprese a tassazione, in sede di bilancio e di nota integrativa, a titolo di finanziamento dei soci (art. 2467 c.c. ). Di diverso avviso l’Agenzia delle Entrate, che aveva ritenuto le somme contributi per i soci e dunque, sopravvenienza attiva tassabile ai sensi dell’art. 88 del TUIR: da qui la ripresa a tassazione.

Con il primo motivo di ricorso l’Agenzia lamenta l’erroneità della pronuncia di appello laddove questa, pur avendo dato atto della mancanza dei verbali assembleari aventi ad oggetto i pretesi finanziamenti dei soci, avrebbe poi omesso di trarne le dovute conseguenze in tema di tassabilità dei relativi importi, ritenendo ad essi equipollenti il bilancio e la nota integrativa, i quali, invece, costituirebbero mere dichiarazioni di scienza cui non sarebbe possibile attribuire alcun valore probatorio.

I giudici di legittimità, per valutare la scelta effettuata dalla società, constatano che, in materia di finanziamento soci, l’art. 2467 c.c. detta una regola di interpretazione (quella per cui sono finanziamenti le erogazioni effettuate dal socio in un momento di squilibrio patrimoniale della società) e una regola di giudizio (quella per cui i soci finanziatori sono postergati ai creditori estranei alla società nella restituzione di quanto erogato).

In assenza di una norma di riferimento che detti una forma legale imposta per detti finanziamenti, prosegue la Cassazione, per valutare la corretta qualificazione della natura di una erogazione di denaro dal socio alla società, è necessario applicare i criteri generali valevoli per il diritto societario e, quindi, osservare le risultanze del relativo bilancio.

Decisive le regole civilistiche

Depongono, in tal senso, alcune considerazioni di carattere generale.
In primo luogo, si constata che il bilancio di esercizio è proprio il documento contabile fondamentale che la società è obbligata a redigere per dar conto dell’attività svolta nel relativo esercizio sociale.

Secondariamente, gli amministratori, nel redigere il bilancio, si assumono la responsabilità della qualificazione che attribuiscono alle relative poste.
Pertanto il bilancio, stante il rilievo anche pubblicistico che assume con la pubblicazione nel registro delle imprese, è il documento principale da cui dover partire per qualificare la natura di un’entrata patrimoniale per la società.

Viene, quindi, ritenuta priva di rilevanza, per i fini che qui interessano, la mancanza dei verbali assembleari di finanziamento, posto che la rilevanza del relativo vizio è prevalentemente endosocietaria, riguardando, in prima battuta, i rapporti tra soci e società.

A conferma di ciò, ancora una volta, soccorrono le regole civilistiche, in base alle quali l’eventuale vizio genetico dell’operazione endosocietaria, ivi compresa l’inesistenza del verbale assembleare, può essere sanata dai soci ex post attraverso la redazione di un verbale assembleare che tenga luogo di quello omesso entro l’esercizio successivo (art. 2379-bis c.c. applicabile in base al rinvio dell’art. 2479-ter c.c. ).

In ogni caso, proseguono i giudici di Piazza Cavour, l’invalidità in qualunque modo declinata della deliberazione assembleare autorizzativa del finanziamento è sanata dall’avvenuta approvazione, da parte dei medesimi soci, del bilancio che di tale finanziamento tenga conto.

Alla luce di tali rilievi, la Cassazione conclude affermando che la mancanza dei verbali assembleari aventi ad oggetto i finanziamenti ai soci non è da considerarsi elemento decisivo per la corretta qualificazione di tali somme  in quanto, in soccorso, possono essere valutati quali elementi decisivi le risultanze del bilancio e della Nota integrativa, che assumono un valore probatorio analogo.

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La nuova crisi d’impresa su Iusletter. In pillole

Inauguriamo oggi su Iusletter la rubrica “La nuova crisi d’impresa su Iusletter. In pillole”,  a cura di Luciana Cipolla, Partner dello Studio e Responsabile del Team Concorsuale. Tutti i lunedì approfondiremo e analizzeremo le principali novità introdotte dal Codice. Partiamo con le linee guida della riforma.

Prima pillola: Le linee guida della riforma

La nuova disciplina costituisce una vera rivoluzione per il nostro ordinamento nella misura in cui rende residuale quello che, solo per i prossimi 18 mesi, chiameremo ancora “fallimento” per lasciare maggior spazio a strumenti alternativi di risoluzione della crisi, ritenuti più efficienti.

Tale rivoluzione parte proprio da un tema, innanzitutto, lessicale: non si utilizzeranno più i termini “fallito” e “fallimento” ma i termini “debitore” e “liquidazione giudiziale”, seguendo un modello debtor oriented più conforme agli ordinamenti europei (tra cui quelli di Francia, Germania e Spagna). La eliminazione di tali termini, a cui storicamente si accompagna una valenza negativa, dovrebbe indurre l’imprenditore ad avere meno remore nel far emergere tempestivamente lo stato di crisi dell’impresa.

In questa prospettiva viene creata una vera e propria fase di allerta che dovrebbe consentire una pronta emersione della crisi: si tratta di uno strumento stragiudiziale attivabile (i) dal debitore; (ii) d’ufficio dal Tribunale su segnalazione dei sindaci, dei revisori contabili o anche da creditori pubblici qualificati, quali l’Agenzia delle Entrate.

Al fine di consentire una tempestiva emersione dello stato di crisi, l’imprenditore collettivo dovrà adottare un assetto organizzativo adeguato, ai fini della tempestiva rilevazione dello stato di crisi e dell’assunzione di idonee iniziative, mentre all’imprenditore individuale viene chiesto di adottare misure idonee a rilevare tempestivamente lo stato di crisi.

Lo scopo è sia quello di evitare che il ritardo nel percepire i segnali di crisi di un’impresa possa poi portare ad uno stato di crisi irreversibile sia quello di incentivare il raggiungimento di un accordo tra l’imprenditore e i suoi creditori.

L’obiettivo principale della riforma consiste proprio nel voler consentire alle imprese sane ma in difficoltà finanziaria di ristrutturarsi in una fase precoce, per evitare l’insolvenza e consentire così la prosecuzione dell’attività.

A questo scopo sono stati individuati degli strumenti di allerta tra cui gli indicatori della crisi costituiti dagli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario, rapportati alle specifiche caratteristiche dell’impresa e dell’attività svolta dal debitore, tenendo conto della data di costituzione e di inizio dell’attività, rilevabili attraverso appositi indici che diano evidenza della sostenibilità dei debiti per, almeno, i 6 mesi successivi e delle prospettive di continuità aziendale per l’esercizio in corso.

In questa fase l’imprenditore in crisi verrà assistito dall’OCRI (Organismo di Composizione della Crisi d’Impresa) che verrà istituito presso ciascuna Camera di Commercio con il compito di ricevere le segnalazioni, gestire le procedure di allerta e assistere l’imprenditore nel procedimento di allerta.

Misure premiali sono riconosciute all’imprenditore che presenti all’OCRI istanza tempestiva di accesso alla composizione della crisi e che ne abbia seguito in buona fede le indicazioni.

La procedura avrà una durata di sei mesi all’esito della quale, ove non si sia raggiunto l’accordo e risulti lo stato di crisi dell’impresa, l’OCRI dovrà effettuare una segnalazione al P.M. perché questi promuova il procedimento giudiziale per accertare lo stato di insolvenza e per l’apertura della procedura liquidatoria.

L’intervento del P.M. e l’accertamento dello stato di insolvenza non pregiudicano la possibilità per l’imprenditore di ricorrere a strumenti alternativi di risoluzione della crisi quali il concordato preventivo, i piani di risanamento e gli accordi di ristrutturazione.

La procedura fallimentare verrà sostituita da una procedura denominata “liquidazione giudiziale dei beni”, nell’ambito della quale viene rafforzato il ruolo del curatore e vengono ispirate a criteri di maggior efficienza le attività di accertamento del passivo e liquidazione dell’attivo.

Anche il concordato preventivo è stato oggetto di un profondo intervento riformatore, sia per quanto riguarda quello in continuità aziendale, nel quale viene data piena cittadinanza alla continuità indiretta, che quello liquidatorio. Fermo ogni ulteriore approfondimento nelle prossime puntate della nostra Rubrica, vale la pena sottolineare come la valutazione della fattibilità economica del concordato rientrerà nella sfera del Tribunale e verrà sottratta, invece, ai creditori ritenuti, evidentemente, incapaci o comunque inadeguati nel valutare tale presupposto.

La domanda di concordato in continuità dovrà prevedere il superamento della situazione di crisi o dell’insolvenza mediante la prosecuzione (diretta o indiretta) dell’attività aziendale, sulla base di un adeguato piano che consenta di salvaguardare il valore dell’impresa e, tendenzialmente, i livelli occupazionali, con il soddisfacimento dei creditori.

La proposta liquidatoria verrà invece ammessa solo se essa si avvalga di risorse poste a disposizione dai terzi che aumentino in modo significativo le prospettive di soddisfacimento per i creditori.

Sempre in ambito concordatario vale la pena segnalare che, in un’ottica di contenimento dei costi delle procedure di soluzione negoziale della crisi, il nuovo codice pone un limite pari al 75% al riconoscimento della prededuzione al compenso dei professionisti che assistono il debitore nella presentazione della domanda di concordato preventivo e dell’accordo di ristrutturazione dei debiti.

Per quanto riguarda le operazioni di voto, è stata soppressa l’adunanza dei creditori che è stata sostituita con l’espressione del voto attraverso modalità telematiche, vale a dire attraverso la posta elettronica certificata inviata al commissario giudiziale oppure attraverso strutture informatiche messe a disposizione dal Ministero della Giustizia.

Tra le altre novità che, oggi, segnaliamo a volo d’uccello, ricordiamo la nuova collocazione delle procedure di sovraindebitamento il cui accesso sarà semplificato con espressa apertura ai membri della famiglia dell’imprenditore e possibilità di accesso anche a chi non ha alcuna utilità da offrire ai creditori.

Interessante è poi la nuova disciplina della esdebitazione (che consiste nella liberazione dai debiti e nell’inesigibilità da parte dei debitori dei crediti rimasti insoddisfatti nell’ambito di una procedura concorsuale che prevede la liquidazione dei beni) a cui potrà ricorrere il debitore una volta che siano decorsi tre anni dall’apertura della procedura di liquidazione giudiziale ovvero una volta che siano decorsi due anni se il debitore ha tempestivamente proposto istanza di composizione assistita della crisi.

Viene introdotta una esdebitazione di diritto per le insolvenze di minore portata: l’accesso al beneficio non richiede un apposito provvedimento del giudice, fatte salve le eventuali opposizioni da parte dei creditori. Per le insolvenze di maggior portata il debitore dovrà invece depositare una domanda ad hoc una volta decorsi i termini di cui sopra.

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